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ALLUVIONI: LE “AUTORITÀ” E LE AUTORITARIE LEGGI DELLA NATURA





Facciamo un’analisi sulle alluvioni che si sono verificate recentemente sulla base dei commenti di tre autorità per capire come viene “affrontata” o percepita dalle istituzioni questa grave problematica.
Il presidente della Repubblica Napolitano ha dichiarato che i fatti relativi alle precipitazioni violente: “Sono tributi molto dolorosi che paghiamo, ma che si pagano in molti Paesi, per quelli che purtroppo sono o cambiamenti o grossi turbamenti climatici”.
Se quindi la responsabilità è dei cambiamenti climatici allora non si spiega perché un giorno sì e l’altro pure si invoca la crescita che è la diretta responsabile degli stessi cambiamenti climatici. Crescita che significa costruire e cementificare, produrre vertiginosamente montagne di oggetti e quindi inquinare a più non posso, immettere ancora milioni e milioni di automobili sul mercato, etc, etc. L’analisi del presidente della Repubblica sembra quindi quantomeno contraddittoria.
Se invece come dice Simone Perotti, i cambiamenti climatici non c’entrano granché, almeno in questo caso specifico, allora vuol dire che vengono indicati come responsabili di qualcosa di cui le colpe sono vaghe e distanti. Non è colpa di chi cementifica e chi dà i permessi per farlo, non è colpa dell’incuria, delle istituzioni che se ne fregano totalmente di agire alla radice dei problemi per la protezione di persone e ambiente, bensì è colpa di questa identità lontana e impalpabile dei cambiamenti climatici, una specie di maledizione divina alla quale purtroppo non c’è rimedio. Peccato che la causa non sia affatto una maledizione divina ma una chiara e pervicace volontà umana.
Abbiamo poi il governatore della Regione Toscana Rossi che commentando i danni delle alluvioni ci dice che “… certo se si costruisce nelle golene la natura prima o poi si riprende tutto. I nostri vecchi non lo facevano e c’è da domandarsi perché le generazioni successive, che hanno anche studiato di più lo fanno”.
Cosa significa una affermazione simile? Che lui sa perfettamente cosa si dovrebbe fare (cioè agire come facevano i vecchi) e che le generazioni successive che pure hanno studiato tanto, non lo fanno più.
Ma allora perché se conosce la soluzione non ha agito di conseguenza? Perché la Regione non insegna ai tecnici delle nuove generazioni ad andare a lezione da qualche vecchio di campagna, piuttosto che perdere tempo con degli studi a quanto pare inutili o peggio ancora potenzialmente dannosi?
Quindi sostanzialmente Rossi sa quale è la soluzione ma si limita ad osservare qualcosa di assolutamente lapalissiano, anche perché se si agisse con la saggezza dei vecchi, praticamente né lui, né la sua Giunta sarebbero mai saliti al potere dato che il buon senso dei vecchi è l’antitesi del suo non senso e del suo fatalismo.
Ultimo esempio è quello del sindaco di Genova Marta Vincenzi che ha lasciato che in città nel giorno dell’alluvione, le scuole, gli uffici, i posti di lavoro rimanessero aperti.
Siamo di fronte ad un possibile disastro che ha altissime probabilità di abbattersi sulla città con danni e pericoli incalcolabili e al sindaco non passa nemmeno per l’anticamera del cervello che in quel giorno particolare forse si potrebbe anche non andare al lavoro, magari non uscire per niente e cercare di fare il possibile per proteggere i propri figli o mettere a disposizione braccia molto più proficuamente utilizzate per salvare vite umane piuttosto che andare in uffici, negozi e fabbriche.
Niente di tutto ciò, nel ragionamento contorto e direi incredibile del sindaco rilasciato in un intervista a Repubblica, i bambini dovevano andare a scuola, altrimenti i padri o le madri avrebbero dovuto portarli dai nonni prima di andare a lavorare e questo avrebbe creato ancora più caos. Ma se fossero stati tutti a casa loro non sarebbe stato molto meglio?
Siamo totalmente scollati da ogni minimo ragionamento di buon senso, accecati dal condizionamento della megamacchina produttiva che per nessun motivo al mondo si può e si deve fermare. L’economia non si può mica arrestare, i criceti la ruota la devono fare girare sempre e comunque, non importa cosa succede, non importa quale disastro ci si sta abbattendo contro, l’importante è non fermarsi mai, in nome del PIL, in nome delle magnifiche sorti e progressive.
Che senso ha poi da parte del sindaco Vincenzi prendersela con i cittadini che non hanno recepito la gravità dell’allarme. Se non l’hanno recepito, non gli sorge il dubbio che forse non ha fatto abbastanza per comunicarglielo o i canali scelti per comunicarglielo non erano sufficienti?
E qui entra in gioco un altro ragionamento e cioè probabilmente la paura di dare un allarme eccessivo che in caso il disastro non si fosse verificato, sarebbe potuto essere un boomerang in termini di perdita di consenso.
La paura di perdere consenso fa rischiare alla roulette russa ma ormai la natura nel caricatore di colpo non ne ha uno solo ma casomai ha il caricatore pieno tranne uno, quindi è una roulette in cui la natura nove volte su dieci vince.
In caso l’allarme fosse stato eccessivo (cosa assai difficile perché le previsioni ormai sono molto precise), il sindaco avrebbe potuto dire che aveva fatto quello che la sua coscienza gli imponeva di fare, cioè non rischiare per niente e non lasciare nulla al caso, a costo di farci una brutta figura. Se poi non l’avessero rieletta per il suo eccesso di prudenza, almeno sarebbe stata in pace con la sua coscienza.
Adesso con vari morti nella propria città, non so in che situazione è la coscienza del sindaco Vincenzi, anche se continua a insistere a dire che non ha nessuna colpa e che uno tsunami (fenomeno che tra l’altro non c’entra assolutamente nulla con quanto successo) di questa portata era imprevedibile.
Mi ricordo che in passato in occasione di lutti o sciagure nazionali particolarmente pesanti, le trasmissioni televisive si interrompevano e si mandava in onda musica classica per un certo tempo. Ve lo immaginate se accadesse oggi?
A volte c’era il lutto nazionale, con negozi e scuole chiusi e forse spazio e tempo per il raccoglimento, che non guasta mai, altro che il minuto che si osserva odiernamente sui campi di calcio.
Spazio, tempo, raccoglimento, riflessione, silenzio, rispetto della natura e delle sue leggi? Ma siamo pazzi? Siamo pure in crisi, avanti tutta, avanti con la ruota, “produrre, produrre, produrre!!!”.

Nel Golfo del Messico continua a fuoriuscire petrolio: E NESSUNO SE NE PREOCCUPA!!!


MAREA NERA NEL GOLFO DEL MESSICO:
CHIUDENDO GLI OCCHI NON ABBIAMO RISOLTO IL PROBLEMA

Di seguito due articoli tratti dal journal dove spiegano detagliatamente cosa sta succedendo nell'area in cui poco più di anno fa una marea nera targata BP (british petroleum) ricoprì con una macchia nera il Golfo del Messico, secondo le stime della BP stessa (quindi per difetto) erano già stati riversati in mare, al 15 luglio, tra i 3 e i 5 milioni di barili di petrolio, ovvero tra i 506 e gli 868 milioni di litri, stimati in 460.000/800.000 tonnellate, senza contare che furono impiegati 7 milioni di litri di solventi rovesciati sulla macchia nera soltanto nelle prime settimane dell'emergenza.
Far girare questi articoli permetterebbe di far sorgere alla luce non solo lo scandaloso operato della BP che tra l'altro come risarcimento danni ha proposto la sceltra tra poche briciole o un processo lungo decenni, ma anche l'inquietante dubbio che questa spequlazione sul carburante serva ai petrolieri per farsi pubblicità con i mega risarcimenti, il poche parole i disastri ambientali li paghiamo noi! Inoltre è dagli anni '80 che si parla di carburanti o energie alternative...
NON SONO ANCORA ABBASTANZA GRASSE LE FAMIGLIE DI PETROLIERI?? 
Iniziamo a modificare il NOSTRO modo di acquistare e consumare in modo tale da condizionare le multinazionali a non dover più obbligare la domanda di mercato ma semplicemente ad offrire una risposta alle esigenze di noi consumatori.

Di seguito gli articoli, a voi le concluzioni.
Da dove viene? Il mistero della marea nera bis nel Golfo del Messico si infittisce. O forse sono semplicemente, finalmente delineati gli autentici contorni della vicenda
Le autorità americane oggi hanno acclarato che il petrolio fresco presente sull’acqua non proviene dal relitto della piattaforma Deepwater Horizon, affondata mentre trivellava il pozzo Macondo: quello che causò la marea nera 2010, il peggior disastro nella storia dell’industria petrolifera.
In precedenza avevano appurato che il petrolio non proviene neanche dal pozzo stesso dai “relief well” scavati l’anno scorso per turarlo.
Il petrolio però ha le stesse caratteristiche di quello uscito un anno fa da Macondo, ed è troppo abbondante per essere ascritto alle perdite naturali che si verificano sui fondali del Golfo del Messico. E allora appunto: da dove viene?
Non lo sa nessuno, e il pensiero corre a tutte le voci allarmate che si erano levate l’anno scorso a proposito di fratture nel fondale, apertesi a causa delle operazioni per turare il pozzo e-o dell’infernale pressione del getto di petrolio e metano.
Fra i più autorevoli sostenitori di questa tesi c’erano il senatore americano Bill Nelson e un esperto di petrolio, Mattew Simmons, un famoso teorico del “picco“: ne parlava in termini così apparentemente inverosimili (oltre che apocalittici e catastrofici) che all’epoca non l’ho mai neanche citato. In fondo trovate un link a quello che diceva.
Diceva, e non dice più: perchè Matt Simmons è stato trovato morto l’anno scorso nella vasca da bagno, a catastrofe in corso.
Aveva una bella età. Il decesso fu attribuito a una caduta e ai disturbi cardiaci di cui soffriva. Con il senno del poi e alla luce dei fatti che sembrano in qualche modo dargli ragione la fantasia può sbizzarrirsi e immaginare per la sua fine scenari degni dei misteri italiani, i cui protagonisti si suicidano impiccandosi a una pianta di fragole.
Al di là di qualsiasi speculazione propria o impropria, resta il fatto che, sui fondali del Golfo del Messico, il mostro si è svegliato. Il fantasma è uscito dalla tomba. Ci sono le premesse perchè faccia parlare di sè. Vedremo.
Un vecchio post di Petrolio Matt Simmons: c’è un lago di petrolio là sotto che non smetterà di fuoriuscire
Matt Simmons su English Wikipedia


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La marea nera bis del Golfo del Messico prosegue, ed è davvero una cosa ben strana: se ne preoccupano infatti gli arabi di Al Jazeera, ma non gli americani.
I media statunitensi, dopo un’iniziale moderatissima attenzione, non degnano più gli eventi di un’occhiata. Le autorità statunitensi – e qui si sfiora il comico – dicono di non aver notato nulla, ma proprio nulla, durante i sorvoli sull’area.
Le associazioni di volontariato continuano a fornire ulteriori documentazioni dell’abbondante petrolio nella zona del pozzo Bp Macondo, che un anno fa ne vomitò 5 milioni di barili, la peggior catastrofe del genere nella storia industriale. Le uniche analisi finora effettuate (a cura dei giornalisti, appunto) hanno evidenziato che il greggio è fresco e corrisponde esattamente a quello di Macondo.
Adesso la marea nera bis è stata appunto notata da Al Jazeera, che le dedica un ampio e preoccupato servizio più una galleria di foto.
Un giornalista di Al Jazeera ha sorvolato pochi giorni fa la zona di Macondo sull’aereo di Bonny Schumaker, dell’associazione On Wings of Care.
Il volo si è svolto dopo diverse giornate di cattivo tempo, uragano compreso. Se gli affioramenti di petrolio fossero stati un episodio isolato, le onde avrebbero spazzato via tutto. Invece no. C’è sempre petrolio fresco in prossimità di Macondo: una scia lunga circa 7 chilometri e larga 10-50 metri si trova a circa 19 chilometri a Nord Est del pozzo.
Può trattarsi di una perdita naturale di idrocarburi dal fondale? Nel Golfo del Messico succede spesso, il sottosuolo è pieno di petrolio…
La risposta è no. Almeno nel senso che una perdita naturale di petrolio così corposa non si è mai vista, dicono gli esperti intervistati dall’emittente araba.
Piuttosto, dalle loro parole prende corpo un vecchio fantasma. Che cioè il petrolio del giacimento di Macondo si stia aprendo una strada approfittando sia delle crepe naturali del sottosuolo sia le ulteriori crepe causate dalle affannose e complicate operazioni per turare il pozzo fuori controllo.
Il giornalista di Al Jazeera ha notato, durante il sorvolo, due navi della Bp, intente – dice il portavoce della società – a studiare le perdite naturali di idrocarburi.
La Bp smentisce qualsiasi perdita da Macondo. Un video della bocca del pozzo girato da un robot subacqueo e mostrato alle autorità statunitensi (non è stato tuttavia reso pubblico) non ha evidenziato alcuna perdita.
Il servizio di Al Jazeera sottolinea la necessità di investigare urgentemente sulla questione e di esplorare accuratamente il fondale.
Casomai qualcuno avesse ancora dei dubbi sulla bontà di questa idea, posso citare l’esempio domestico del rubinetto che perde. Comincia con una gocciolina cui si può rimediare facilmente e con poca spesa. Finisce con una chiamata urgentissima all’idraulico. Se viene.

Aprile 2012 - 6 mesi fà una nave si incagliava sulle coste neo zelandesi

 
Aprile 2012- Vi ricordate l'autunno scorso quella nave cargo incagliata nella barriera corallina?
E' normale che nessuno se ne ricorda, era appena iniziato il Campionato di Calcio!!!
Son passati ormai 6 mesi dal disastro in cui la nave mercantile Rena, incagliata il 5 ottobre scorso in una delle baie ancora incontaminate della Nuova Zelanda, la quale dopo alcuni giorni di incertezza si spezzò in due come uno stuzzicadenti e riversò circa 1700 tonnellate di greggio in mare, danneggiando per migliaia di anni la baia la quale ospitava più di 200 specie di uccelli tra cui due gia' a rischio estinzione, delfini, pinguini blu, foche e altre migliaia di uccelli migratori acquatici che proprio in quel periodo avevano deciso di trascorrere l'estate australe pensando anche di riprodursi!!
Parliamo di buone notizie, il capitano della nave fù scagionato pochi mesi dopo, naturalmente appena la situazione si calmò, alcuni attivisti furono ricoverati per intossicazione ma per la popolazione locale nessun danno evidente. Il porto di Tauranga ora e' finalmente libero da animali fastidiosi e con i soldi stanziati per l'incidente a fine anno verrà costruito il più grande villaggio vacanze della zona!

UNO SCHERZO? Non proprio...

E' semplicemente quello che succede PUNTUALMENTE in seguito ad ogni "disastro ambientale",del quale ne si parla qualche giorno per fingerci ambientalisti ma che poi in fondo a noi..
COSA CE NE FREGA?
E' successo per il disastro marcato BP e per altre centinaia di maree nere che colorano il Pianeta, per Fukushima e le varie centrali nucleari che qua e la rilasciano sostanze radioattive...
In fondo e' successo in un posto che non sappiamo neanche dove sia e se anche fosse e' così distante da casa nostra!!



Chi di noi avrebbe avuto la possibilità di vedere quegli animali?
A chi di noi e' cambiata la vita dopo il disastro ambientale?
Chi di noi patira' le conseguenze di quel petrolio che si e' arenato sulle coste?
Chi di noi avrebbe potuto fermare o minimizzare il disastro?
ALLORA!! CONTINUIAMO CON LA NOSTRA INDIFFERENZA
che ci ha regalato un aumento piu' del 200% di tumori nell'ultimo decennio, la scoperta di malattie neurologiche che neanche immaginavamo esistessero, il controllo ASSOLUTO della nostra vita per quanto riquarda il lavoro, gli acquisti, la famiglia, persino il modo di curarci e' stato influenzato da una manciata di teste di cazzo!!

Sapete in che cosa cambia la nostra vita ogni volta che giriamo la faccia di fronte ad un crimine?
Cambia che abbiamo appena abbassato la testa ad un opportunista che farà di noi una marionetta.

Non dobiamo quindi lamentarci se finiremo la nostra vita in un ospedale, se nostro figlio avra' una malattia che pure i medici si chiedono da che pianeta arrivi, se dovremo filtrare l'acqua in una caraffa per depurarla, se il pesce che pescheremo avrà tre occhi, se il cibo nel nostro piatto avrà "un sapore strano", se perderemo il lavoro perche' la nostra ditta ha appena deciso di investire su un bambino asiatico che prende decisamente meno di noi, se tramite i reality show e i vari sport nazionali ci distrarranno e ci ritroveremo così a pagare tasse che non hanno ragione di esistere... Perchè sarà principalmente colpa NOSTRA.

LA PRESA DI COSCIENZA INIZIA DAL MOMENTO IN CUI TI ACCORGI DI ESSERE MANOVRATO, CHE SENTI DI NON ESSERE LIBERO E CHE QUALCOSA ATTORNO A TE NON TI RENDE FELICE.




Sea Shepard: "Il Mediterraneo rischia la distruzione"


''Per salvare il Mediterraneo bisognerebbe bloccare la pesca per 20 anni. Nessuno dovrebbe pescare niente. Così lo stanno distruggendo''. E' l'allarme lanciato da Paul Watson, co-fondatore di Greenpeace e oggi leader di Sea Shepard, durante la Global conference di Evian, dedicata a sviluppo sostenibile e tutela dell'ambiente.
''Ci sono 23 Paesi che hanno le loro sponde sul Mediterraneo, quindi è un puzzle molto intricato – spiega – perchè nessuno è pronto ad assumersi i propri impegni sulla tutela dell'ecosistema e delle specie. Ma il mare sta morendo. Bisognerebbe creare un'area tabù, come fanno i popoli indigeni di Tahiti. Lì tutti la rispettano, perche' c'è l'autorità degli sciamani a vigilare''.
Situazione ben diversa da quella del mare Nostrum dove, denuncia Watson, tutti sembrano girarsi dall'altra parte. Come per esempio nel caso del tonno rosso: ''I Paesi del nord Mediterraneo lo pescano dicendo 'se non lo facciamo noi lo faranno i tunisini'. I tunisini lo pescano dicendo, 'se non lo facciamo noi lo faranno i libici'. E così via. Ma la verità è che c'è un interesse a far ridurre la specie a portarla vicino all'estinzione, per denaro''.
E' il meccanismo di domanda e offerta, spiega: ''Oggi un pesce si vende minimo a 70 mila dollari, alcuni toccano anche i 300 mila. Meno pesci ci sono, più il prezzo sale, quindi se la popolazione è ridotta al minimo chi vende i tonni è seduto su una miniera d'oro. E' quella che si chiama 'economia dell'estinzione''.
Un problema che, secondo i 'pirati' di Sea Shepard, i governi sono incapaci di risolvere da soli, per mancanza di vera volontà politica. ''Come per gli oceani, dove abbiamo tutte le convenzioni necessarie alla tutela, ma nessun incentivo ad applicarle. L'unica soluzione è che le persone si diano da fare, e agiscano in prima persona per tutelare il mare. Alcuni li chiameranno pirati, ma non devono preoccuparsene, perchè è l'unica strada per il cambiamento''.

Made in China: un formicaio in espansione


Ormai è allarme sociale, l'Unione Europea ha deciso d'intraprendere misure d'emergenza per fermare l'egemonia Cinese, che sta invadendo non solo l'Italia con la produzione e vendita di prodotti specialmente il tessile a basso costo.
Il cappio si sta stringendo sugli imprenditori Italiani rimasti in patria, ma ancor di più sulle famiglie, che vedono nel Made in China l'ancora di salvezza a breve per contenere i bilanci famigliari sempre più esigui, e ma che creano una spirale degenerativa alla nostra produzione, che non sa reggere la concorrenza del basso costo della mano d'opera Cinese.

Stanno giungendo al pettine i nodi del liberismo economico che il Fondo Monetario Internazionale (FMI), l'Organizzazione Mondiale per il commercio (WTO) impone sempre di più agli Stati membri come l'inserimento del precariato costante, e l'abbassamento degli standard di sicurezza sociale atti a contenere i costi nelle Nazioni industrializzate, e dall'altra parte piange quando un Paese come la Cina, complice anche le nostre aziende nazionali desiderose di realizzare profitti sfruttano le condizioni sociali che da noi si vorrebbe far arretrare, c'invade.
Si chiede continuamente al cittadino Europei nuovi sacrifici, e si delocalizza dall'altro capo del mondo (chiamandole Economie di Scala, Sinergie o Jont Venture) dove le rivendicazioni sindacali sono una mera chimera.
L'Italia stessa si è dimenticata il miracolo Italiano degli anni '60, quando vittime della povertà generata dalla seconda guerra mondale, il Paese è riuscito grazie anche ai prestiti internazionali e al basso costo della manodopera a risollevarsi dal sanguinoso conflitto che l'aveva devastato, facendo nascere nel decennio successivo le conflittualità  che portarono ad un ridimensionamento degli orari di lavoro ed ad un lento ma progressivo innalzamento degli standard di sicurezza sul lavoro e di tutela del lavoro minorile.
Ora imputiamo alla Cina la forza del nostro stesso miracolo di quarant'anni fa, dove gli Italiani andavano fieri dei successi economici nazionali che contribuivano a creare un'immagine nuova della Nazione nel mondo.
L'Europa come da qualche anno gli Stati Uniti sono diventanti i maggiori consumatori di prodotti Made in China, avendo iniziato per primi il processo di delocalizzazione in aree a tasso quasi nullo di sindacalizzazione, spingendo l'Europa ed Italia a seguire lo stesso esempio, smantellando quasi de facto lo stato sociale che ha portato all'impoverimento generalizzato, complice anche l'11 settembre 2001 che ha arrestato la spirale di crescita, scaricando sui cittadini il costo finale dell'ingordigia economica.
Arrestare l'invasione Cinese, produrrebbe una serie di conseguenze a cascata di difficile controllo; forse vedrebbero le nostre industrie tornare ad investire i loro capitali all'interno dell'Unione contribuendo a livellare gli di standard di vita presenti nei diversi Stati, facendo crescere i paesi appena entrati e quelli che si apprestano nel 2007 a divenire membri a tutti gli effetti.
L'Unione, dovrebbe rendere difficoltose le importazioni alle industrie Europee che delocalizzano produzione o l'appaltano a terzisti, portando dalla fonte della catena produttiva a rispettare gli standard Comunitari e favorire la crescita all'interno degli stati membri e ai candidati dell'Unione.
Si corre ai ripari quando i buoi sono scappati e si sono replicati avendo superato in pochi anni il gap tecnologico ed industriale che aveva gravato sulla società Cinese, volendo sacrificare i vitelli che cercano di stillare le ultime gocce dalle tasche vuote, nel frattempo creare poli industriali e di brand dedicati all'alto lusso e all'alta industrializzazione tecnologica rendendo questi prodotto accessibili solo a fasce ristrette della popolazione che possono permettersi il griffato, aumentando ancor di più il divario fra ricchi e poveri, che vedrebbero innalzati anche i prezzi dei prodotti provenienti dalla Cina in caso d'imposizione di dazi o dell'inasprimento delle barriere doganali, perdendo di convenienza e contribuendo ad aumentare le fasce di povertà.
L'unione Europea sta mostrando in questo frangente i limiti di cui è pregna, avendo per decenni proclamato come imperativo solo il benessere dettato dalla presunta economia di mercato, ma ora mostra che essa non è sufficiente al benessere e alla stabilità dell'Europa, se assieme alla costruzione della casa comune, non si costruisce l'etica dell'imprenditoria Europea, che mostra paura e affanno quando l'espansione del mercato è altrui e arriva a casa propria a dettare regole le sue, ed ecco che diventano un pericolo che mina la stabilità stessa.
Nell'immediato fermare la Cina è un palliativo da dare in all'opinione pubblica, dovuto alla debolezza ormai strutturale dell'industria Occidentale che molto difficilmente riuscirà fermare ai confini una crescita più che quadrupla del Pil Europeo che potrebbe far diventare in pochi anni l'Europa stessa preda dell'espansionismo dal capitalismo socialista, fagocitando con acquisizioni i grandi marchi occidentali, come fece il Giappone degli anni 80 negli Stati Uniti, e diventare la futura potenza egemone del XXI° secolo senza la necessità dell'imperialismo militare, se riuscirà nei prossimi anni a fermare sul nascere ogni eventuale forma di sindacalizazione in quanto nemica del socialismo e ritenuto pericoloso per il benessere e la stabilità della Cina stessa.
È necessaria una riforma radicale del concetto d'Economia di mercato, non influenzata all'acquisizione della ricchezza in una moltitudine ristretta di popolazione, ma un equa distribuzione del benessere sociale, affinché Europa sappia farsi carico delle classi più disagiate ma volenterose che desiderano evolversi verso un benessere economicamente etico, non di predazione del ricco sul povero, solo allora l'Unione Europea potrà dire d'aver intrapreso la strada della comunanza di valori sociali e culturali, spesso messi in secondo piano a favore del liberismo sfrenato che ora bussa ai nostri confini e che ci trova ingordamente impreparati all'etica del consumo di un economia solidale che accolga le sfide all'interno dell'Unione, perché il primo mercato sia nella produzione e nel consumo nei confini sempre più ampi di un Europa che si sposta ad Est, futuro centro e ponte tra oriente ed Occidente che deve essere la nuova beneficiaria del bisogno di crescita e stabilità dei confini che volgono all'Asia.

Marco Bazzato
Sofia (BG), 27.04.2050
http://www.insight-mv.com/

Islanda: Storia di una Rivoluzione Pacifica


Questo articolo che vado a riportare, è dedicato al popolo Greco, a cui va tutta la nostra solidarietà.
Un popolo che tutt'ora paga la colpa di mafiosi che giocano sulla pelle dei cittadini per ricavare ulteriori guadagni.
I Greci, un tempo leader incontrastati della storia, oggi si ritrovano ad essere picchiati dalle loro stesse guardie.
La crisi greca è un'altra di quelle cose che guardiamo dalla finestra, un pò inebetiti chiedendoci se anche noi presto saremo in piazza a lottare per il pane.
Riporto questo articolo tratto da gqitalia, nel quale si racconta una delle più importanti rivoluzioni pacifiche viste in Europa.
Racconta di come in breve tempo gli Islandesi si siano tolti dal Fondo Monetario Europeo ed abbiano incriminato i Veri fautori della loro Crisi Nazionale.
Ripensandoci bene, ad oggi gli Stati che patiscono meno la crisi in Europa, sono proprio quelli che non hanno venduto la loro moneta per l'Euro, alludo a Gran Bretagna e Svizzera naturalmente.
Ai tempi della vecchia Lira in effetti pagavamo le tasse solamente ad una Nazione, oggi quanto ci costa mantenere due Parlamenti con i rispettivi parlamentari?
Forse in tempi di grandi manovre un bel pensierino potremmo farlo anche noi...
Lascio a Voi le vostre valutazioni.



"Una rivolta è in fondo il linguaggio di chi non viene ascoltato". (Martin Luther King )


Questa è la storia di una rivoluzione. Sta accadendo ora, in Europa: anche se ad accorgersene sono pochissimi. Forse perché a farle da sfondo è l'Islanda: 103 mila chilometri quadrati, 320mila abitanti, una capitale grande come Reggio Emilia, cognomi impossibili. Eppure di rivoluzione si tratta: governo costretto alle dimissioni, banche nazionalizzate, banchieri arrestati, democrazia popolare. Roba pericolosa, penserà qualcuno. Forse, ma bisognerebbe capire per chi: non per gli islandesi, che così hanno salvato il loro Paese dalla crisi economica (nella quale l'Italia, ad esempio, resta impantanata), e lo stanno trasformando in un esperimento senza precedenti. Vale la pena dare un'occhiata, a una rivoluzione così. Ecco la sua storia.
Tutto inizia nel 2001. È allora che il governo islandese inizia a privatizzare il settore bancario. La mossa avrà la sua conclusione due anni dopo, nel 2003. Le tre banche principali - Landbanki, Kapthing e Glitnir - offrono alti interessi attraverso un programma chiamato IceSave. I soldi iniziano ad arrivare, specie da Inghilterra e Olanda. Tra il 2002 e il 2008 la Borsa islandese sale del 900 per cento, il prodotto interno lordo cresce del 5.5 per cento l'anno. Ritmi impossibili per qualunque altro Paese occidentale. Ma crescono anche i debiti delle banche: nel 2007 arrivano al 900% del PIL islandese. Ed è a quel punto, nel 2008, che il geyser della crisi economica esplode.
Gli investitori stranieri chiedono alle banche di rendere loro il denaro. Il governo non ha le risorse per salvarle, e così finiscono in bancarotta. Per gli islandesi si tratta di un danno enorme: il governo è costretto a nazionalizzare gli istituti bancari e a promettere che i cittadini non perderanno gli investimenti in denaro, ma il valore di molti altri investimenti crolla in modo verticale. La Corona perde l'85% del suo valore di cambio sull'euro. Alla fine del 2008 il governo islandese si dichiara insolvente: è la bancarotta.
Il governo fa quello che tutti i governi fanno, in casi simili: bussa alle porte del fondo Monetario Internazionale e dell'Unione Europea. Sembra l'unico modo per ripagare i debiti nei confronti degli investitori inglesi e olandesi, che ammontano a 3,5 miliardi di euro. È il gennaio 2009. Per trovare i soldi necessari, il governo studia un prelievo straordinario: ogni cittadino islandese avrebbe dovuto pagare 100 euro al mese per 15 anni, a un tasso di interesse del 5,5% annuo. Il tutto per pagare danni creati da altri: un debito contratto da banche private nei confronti di altri soggetti privati. È a quel punto che la rabbia popolare esplode. A guidarla, in qualche modo, ci sono un cantante e una donna, lesbica. E' l'alba della rivoluzione islandese.
Di fronte alla situazione economica del Paese, i cittadini islandesi scendono in piazza. Non per un giorno solo: per 14 settimane. Cingono d'assedio il Parlamento, chiedendo una sola cosa: le dimissioni di un governo, quello conservatore di Geir Haarde, dimostratosi incapace di gestire la crisi e di sbattere la porta in faccia agli organismi internazionali che chiedevano a tutti i cittadini di pagare le colpe di altri.
Il culmine della protesta si raggiunge il 20 gennaio 2009. Mentre a Washington l'America saluta l'entrata in carica del suo primo presidente di colore, a Reykjavik la popolazione segue le parole di un altro uomo dal carisma innegabile. Si chiama Hordur Torfason, di mestiere fa il cantautore. È gay, è stato il fondatore del primo movimento per i diritti degli omosessuali in Islanda. Era il '78, e le sue canzoni non erano viste con favore. Troppo estreme. D'altronde Torfason sostiene che "il compito di un artista è criticare l'autorità". Torfason mette in scena una protesta solitaria nell'ottobre 2008, all'esplodere della crisi. Nel corso delle settimane diventa un punto di riferimento. Il 20 gennaio è in piazza mentre la popolazione si scontra con la polizia, ed è ancora lì anche il 21, e il 22. Il 23 gennaio il premier annuncia le dimissioni. La gente non se ne va: non ancora. Chiede elezioni immediate e una scena politica nuova. Il 26 gennaio Haarde se ne va. Il 1 febbraio l'Islanda ha una nuova premier. E anche questa è una rivoluzione.
Il nuovo primo ministro si chiama Johanna Sigurdadottir, ha 58 anni. È la prima donna premier dell'Islanda, e la prima omosessuale al mondo a diventare primo ministro. A metà degli ani '90, quando non venne eletta alla guida del suo partito, urlò: "Minn timi mun koma!", "Verrà il mio momento". Quelle parole sono entrate nell'uso comune, in Islanda. E Johanna ha visto realizzarsi la sua profezia.
Il suo primo passo è di indire le elezioni: le vince. Il secondo è di confermare la volontà dell'Islanda di pagare i debiti a Olanda e Inghilterra. Il parlamento dà vita a una norma che contiene una supertassa. È il febbraio 2010 quando il presidente Grimsson si rifiuta di ratificarla, ascolta la voce della piazza e indice un referendum sulla tassa. La pressione sull'Islanda è alle stelle. Olanda e Inghilterra minacciano di isolare l'Islanda, se sceglierà di non ripagare i debiti. Il fondo Monetario lega alla decisione il versamento degli aiuti. "Ci dissero che se non avessimo accettato le condizioni della comunità internazionale saremmo diventati la Cuba del Nord", ricorda Grimsson. "Ma se le avessimo accettate saremmo diventati la Haiti del Nord".
Il referendum si tiene a marzo 2010: il 93% dei votanti decide di rischiare di diventare la Cuba del Nord. Il Fondo Monetario congela immediatamente gli aiuti. Il governo risponde mettendo sotto inchiesta i banchieri e i top manager responsabili della crisi finanziaria. L'Interpol emette un mandato di arresto internazionale per l'ex presidente della banca Kaupthing, Einarsson, mentre altri banchieri implicati nel crac fuggono dal Paese. Può essere l'inizio della fine dell'Islanda, vista come un paria a livello internazionale e alle prese con una rivolta continua. È l'inizio della rinascita.
L'Islanda aveva deciso di imboccare una strada strettissima: non ripagare i debiti delle banche (private) nei confronti di investitori stranieri; rinunciare agli aiuti del Fondo Monetario Internazionale, vincolati a politiche economiche liberiste; dare la caccia ai banchieri responsabili della crisi, per cercare di avere giustizia. Ma il colpo d'ali arriva con due altre decisioni: quella di fidarsi più dei semplici cittadini che dei politici di professione, e quella di aumentare le libertà, quando il timore avrebbe potuto spingere in direzione ostinata e contraria.
A novembre 2010 il governo decide di modificare la Costituzione: la ricostruzione deve partire dalle fondamenta. Quella in vigore era una carta copiata letteralmente da quella danese (unica differenza: nella Costituzione danese si parla di "re", in quella islandese di "presidente"). Per riscriverla il popolo sceglie, con delle elezioni, 25 cittadini, dotati di tre requisiti fondamentali: essere maggiorenni, avere raccolto le firme di 30 cittadini a supporto della loro candidatura, non avere tessere di partito. Niente politici, si riparte dai semplici cittadini.
I lavori di questa assemblea costituente partono nel febbraio 2011. Sono trasmessi in streaming su internet: e i 25 raccolgono i suggerimenti e le richieste che arrivano attraverso il web da ogni parte del Paese, specie dalle diverse assemblee popolari che hanno luogo in tutta l'Islanda.  Una volta terminata, la Magna Charta dovrà essere approvata dall'attuale Parlamento e da quello che uscirà dalle prossime elezioni legislative.
L'altro colpo d'ala è quello di creare l'Icelandic Modern Media Initiative. È un progetto semplice: la trasformazione dell'Islanda nel paradiso della libera informazione. L'isola si dota di una cornice legale che protegge il giornalismo investigativo, l'identità delle fonti, gli internet provider che divulgano news. La speranza, la convinzione, è che solo un'informazione completamente libera, e il più possibile diffusa, possa fare da anticorpo contro l'ingiustizia. E aiutare, se non a fermare le crisi economiche, a vederle arrivare, ad attribuire responsabilità, a cercare giustizia.
Oggi l'Islanda ha una disoccupazione al 9%. Altissima per gli standard dell'isola, che prima della crisi erano dell'1%. Ma i segni della rinascita sono ovunque. Gli islandesi hanno sfidato i giganti della finanza, il proprio governo, gli organismi internazionali, i ricatti di altri Paesi. Hanno affidato le loro sorti a 25 cittadini comuni, a una costituzione scritta su internet, a un'informazione senza vincoli. Stanno rinascendo. Provate a non chiamarla rivoluzione.
Davide Casati




Prosegui leggendo: Islanda libera dal Fondo Europeo

Quanti altri danni causerà il disastro nucleare?



Tratto dal sito: http://www.giornalettismo.com/archives/121439/non-solo-scorie-le-quattro-conseguenze-di-fukushima-che-non-immaginavi/





Catastrofe nucleare di livello 7, Fukushima, Giappone, come Chernobyl, Ucraina: il peggior caso possibile, il più grave incidente atomico nella classificazione numerica. La serietà della situazione nipponica è ormai ufficiale: le conseguenze, tante. Alcune sono già operative: non è stata ancora abbassata la distanza minima che il governo giapponese ha imposto a chiunque voglia avvicinarsi al sito atomico, e dunque non è ancora cessato l’allarme evacuazione. I 50 operai che sono stati richiamati in servizio sono ancora i soli a potersi avvicinare al luogo atomico, mentre il paese si chiede come risollevarsi dalle proprie rovine.DANNI ECONOMICI – La situazione non è delle migliori. Foreign Policy, la rivista online di approfondimento sulla politica estera e internazionale, vuole far notare che ciò che accade va oltre ciò che si vede. Oltre alle tipiche conseguenze di una catastrofe del genere, ce ne sono almeno altre 4 di cui la cronaca non parla, che non hanno l’onore delle prime pagine, ma che potrebbero influire in maniera più che incisiva sul futuro di un paese che si ricostruisce. Come ad esempio – e a pensarci, non è così strano – il danno commerciale sulla catena delle esportazioni: i soldi che perderà il Giappone, per ora, sono quantificati solo in stime governative. E il calo delle esportazioni giapponesi peserà non solo sull’industria di quel paese, ma su quella di tutto il mondo.
Il governo giapponese stima che il danno dal terremoto dell’11 marzo arriverà a 300 miliardi di dollari, rendendolo il più costoso disastro naturale nella storia. Ma, da un punto di vista generale, il suo impatto sull’economia globale sarà addirittura più profondo. Fin dal 1980, sempre più aziende, particolarmente nell’industria ad alta tecnologia, sono state in grado di affidarsi sulla fornitura “prota all’uso” fornita dal Giappone, mantenendo bassi livelli di inventario grazie alla più conveniente esportazione via mare dal Sol Levante.Sono molte le aziende giapponesi che non saranno in grado di fornire i componenti ad alta tecnologia di questo mastodontico indotto mondiale: e questo comporterà un ritardo nella consegna di vari fra i gingilli elettronici dai quali il mondo dipende.Con le fabbriche ancora in pieno recupero dal terremoto e dallo tsunami, i produttori hanno avvertito che prodotti come l’iPad della Apple al Boeing 787 dovranno affrontare cancellazioni e possibili riduzioni nella produzione. Gli effetti del terremoto sono evidenti alla Toyota, che viene prodotta interamente in Giappone: la Prius veniva venduta in California per un prezzo medio di 300 dollari rispetto a quello normale. Ora è quasi a 1000 dollari sopra il prezzo standard.PESCE E GAS – Sebbene tutti gli esercenti mondiali di una tale industria abbiano più volte avvertito che, per i mercati locali, è in generale impossibile far arrivare dal Giappone il pesce, e che quindi il disastro a Fukushima non avrà alcun effetto sul mercato ittico mondiale, ciò non è altrettanto vero per il florido commercio del pesce giapponese, ovviamente devastato dalla catastrofe di Fukushima.
In alcune parti del paese, quasi il 90% della flotta è stata messa KO. Ora l’industria sta gestendo gli effetti delle radiazioni dalla centrale di Fukushima, che per un periodo sono state direttamente sversate nell’oceano. Mentre il governo giapponese afferma che il pesce dalle coste è ancora buono da mangiare, gli amanti del pesce rimangono scettici, e molti ristoranti di sushi in tutto il mondo hanno smesso di importare il pesce giapponese come precauzione.Meno noto è invece che il Giappone, oltre all’energia che crea soprattutto dall’atomo, ha iniziato ad importare anche gas naturale: è una conseguenza normale, laddove non ci si fidi più dell’energia nucleare, dice Foreign Policy. E visto che la TEPCO, la società che gestisce l’energia per Tokyo, per precauzione ha spento anche molte altre centrali dopo Fukushima, gli analisti finanziari hanno stimato che il prezzo delle risorse alternative salirà alle stelle.Il terremoto dell’ultimo mese ha messo KO un quarto della capacità nucleare del Giappone, e i reattori di Fukushima da soli fornivano la metà della capacità energetica della Tepco. La Barclays con i suoi analisti inizialmente stimava che questo avrebbe causato una salita del 3% nella domanda mondiale di gas naturale, e tale innalzamento sarebbe soprattutto una conseguenza della domanda giapponese. Alla fine dell’ultima settimana, i prezzi del gas liquido sono saliti sia in Asia che in Europa come è d’altronde una costante dal momento del disastro fi Fukushima, e se il Giappone non cambierà idea riguardo il non costruire nuove centrali, questi alti prezzi rimarranno stabili.CONSEGUENZE GLOBALI – Già, perchè un’altra conseguenza del terremoto nella centrale nucleare è la ripresa del movimento antinuclearista in tutto il mondo: persino nel nuclearissimo Giappone.L’Unione Europea (il commissario energetico dellaquale, Gunther Oettinger, ha definito la situazione a Fukushima come “un’apocalisse nucleare”) ha invocato uno “stress test” per i 143 reattori presenti nell’Unione. Nel frattempo la Germania – la più grande economia dell’UE – ha sospeso i piani per prolungare la vita delle proprie centrali. Altrove nel mondo, il presidente degli Stati Uniti Barack Obama, seppur mantenendo fermo il sostegno all’energia nucleare, ha richiesto una revisione complessiva dello stato delle centrali americane. E la Cina, che aveva piani per una massiccia espansione dell’energia nucleare, ha affermato che si asterrà dall’approvare nuove centrali nucleari per permettere una revisione negli standard di sicurezza. Solo i governi della Francia e dell’Inghilterra sono rimasti saldi a fronte del panico globale.
E sono probabilmente queste conseguenze nascoste che appesantiranno – e di molto – la bilancia del disastro Fukushima dalla parte dei problemi, piuttosto che da quella delle soluzioni.

Da Chernobyl a Fukushima: il punto sugli effetti sanitari


chernobyl


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Sulla rivista Lancet Oncology

A 25 anni dal disastro nucleare di Chernobyl, un editoriale sulla rivista "Lancet Oncology" descrive le conseguenze dell'evento in termini sanitari, sottolineando le difficoltà nella valutazione di tali effetti e le opportunità di ricerca offerte, purtroppo, dall'incidente di Fukushima.








A 25 anni dal disastro nucleare di Chernobyl, un editoriale sulla rivista "Lancet Oncology" descrive le conseguenze dell'evento in termini sanitari, sottolineando le difficoltà nella valutazione di tali effetti e le opportunità di ricerca offerte, purtroppo, dall'incidente di Fukushima.


La speranza che l'evento possa essere utile in termini di conoscenze sull'argomento deriva dalla notevole esperienza giapponese in questo campo. Il commento è firmato da Kirsten B Moysich e Philip McCarthy, del Roswell Park Cancer Institute di Buffalo, nello stato di New York, e da Per Hall, del Karolinska Institute di Stoccolma, in Svezia, che hanno contribuito a numerosi articoli e rapporti sull'argomento, compreso il primo rapporto delle Nazioni Unite sugli effetti dell'incidente di Chernobyl del 2000.


Gli elementi radioattivi con emivita molto lunga, specialmente cesio e stronzio, rimarranno nell'ambiente per i prossimi decenni. Lo iodio, nonostante i soli otto giorni di tempo di dimezzamento, può essere dannoso poiché viene assorbito dall'organismo con il cibo, e viene poi immagazzinato nella ghiandola tiroide.


In seguito all'incidente di Chernobyl, nelle aree interessate dalla più elevata esposizione agli elementi radioattivi è stato osservato un aumento del rischio di tumore della tiroide da 3 a 8 volte, e per questo è stata raccomandata la distribuzione di tavolette di ioduro di potassio a bambini e adolescenti nelle aree più contaminate.


Sfortunatamente, non sono disponibili interventi chemioprotettivi per l'esposizione al cesio e allo stronzio.


“Occorre un approccio aggressivo per limitare l'esposizione allo iodio radioattivo e al cesio, e per isolare le aree contaminate. In particolare, i bambini e i giovani adulti sono i soggetti esposti al rischio più alto, dal momento che i dati ottenuti in passato mostrano come l'esposizione in giovane età incrementi il rischio di effetti sanitari come il tumore della tiroide”.


Oltre a ciò, l'articolo discute l'effetto potenzialmente dannoso per le ragazze in pubertà, per le quali è stato evidenziato un aumento del rischio di tumore della mammella nel corso del Japanese Life Span Study, in cui sono stati studiati i diversi fattori di rischio per l'esposizione alle esplosioni atomiche della Seconda guerra mondiale. Un altro periodo critico è quello dell'allattamento se è coinciso con quello dell'incidente, quando la probabilità dell'assorbimento di radionuclidi da parte del tessuto mammario è elevato”.


Moysich e colleghi, concludono che le conseguenze oncologiche dell'incidente di Chernobyl erano limitato al tumore della tiroide nei bamibni e in misura inferiore a quanto atteso.


A causa a diversi problemi associati allo studio degli effetti di Chernobyl, i risultati di nuovi studi che abbiano come oggetto l'incidente di Fukushima potrebbero fornire più accurate stime delle conseguenze degli incidenti negli impianti nucleari nel passato e del presente, oltre a fornire utili informazioni per la gestione della salute pubblica nel futuro.


L'editoriale di Lancet Oncology conclude dicendo: “Un aspetto spesso trascurato del disastro nucleare è il peso psicologico sui soggetti coinvolti. Nel 1991, uno studio dell'International Atomic Energy Agency ha ha concluso che gli effetti psicologici del disastro di Chernobyl sono stati sproporzionati rispetto al rischio biologico. Secondo il rapporto del Chernobyl Forum dell'ONU, il più grave danno sanitario del disastro è stato sulla salute mentale, un effetto reso ancora più grave dalla scarsa informazione sui rischi associati all'esposizione alle radiazioni. Le conseguenze a lungo termine di Fukushima rimangono da verificare, ma via via che il Giappone procede [alla messa in sicurezza], occorre una chiara e accessibile divulgazione di informazioni è essenziale per assicurare un'adeguata salvaguardia e monitoraggio della salute pubblica”.



Fukushima - Un Disastro Sotto Controllo

Tratto dal sito: http://www.giornalettismo.com/archives/121439/non-solo-scorie-le-quattro-conseguenze-di-fukushima-che-non-immaginavi/



Quanti altri danni causerà il disastro nucleare? Catastrofe nucleare di livello 7, Fukushima, Giappone, come Chernobyl, Ucraina: il peggior caso possibile, il più grave incidente atomico nella classificazione numerica. La serietà della situazione nipponica è ormai ufficiale: le conseguenze, tante. Alcune sono già operative: non è stata ancora abbassata la distanza minima che il governo giapponese ha imposto a chiunque voglia avvicinarsi al sito atomico, e dunque non è ancora cessato l’allarme evacuazione. I 50 operai che sono stati richiamati in servizio sono ancora i soli a potersi avvicinare al luogo atomico, mentre il paese si chiede come risollevarsi dalle proprie rovine.DANNI ECONOMICI – La situazione non è delle migliori. Foreign Policy, la rivista online di approfondimento sulla politica estera e internazionale, vuole far notare che ciò che accade va oltre ciò che si vede. Oltre alle tipiche conseguenze di una catastrofe del genere, ce ne sono almeno altre 4 di cui la cronaca non parla, che non hanno l’onore delle prime pagine, ma che potrebbero influire in maniera più che incisiva sul futuro di un paese che si ricostruisce. Come ad esempio – e a pensarci, non è così strano – il danno commerciale sulla catena delle esportazioni: i soldi che perderà il Giappone, per ora, sono quantificati solo in stime governative. E il calo delle esportazioni giapponesi peserà non solo sull’industria di quel paese, ma su quella di tutto il mondo.
Il governo giapponese stima che il danno dal terremoto dell’11 marzo arriverà a 300 miliardi di dollari, rendendolo il più costoso disastro naturale nella storia. Ma, da un punto di vista generale, il suo impatto sull’economia globale sarà addirittura più profondo. Fin dal 1980, sempre più aziende, particolarmente nell’industria ad alta tecnologia, sono state in grado di affidarsi sulla fornitura “prota all’uso” fornita dal Giappone, mantenendo bassi livelli di inventario grazie alla più conveniente esportazione via mare dal Sol Levante.Sono molte le aziende giapponesi che non saranno in grado di fornire i componenti ad alta tecnologia di questo mastodontico indotto mondiale: e questo comporterà un ritardo nella consegna di vari fra i gingilli elettronici dai quali il mondo dipende.Con le fabbriche ancora in pieno recupero dal terremoto e dallo tsunami, i produttori hanno avvertito che prodotti come l’iPad della Apple al Boeing 787 dovranno affrontare cancellazioni e possibili riduzioni nella produzione. Gli effetti del terremoto sono evidenti alla Toyota, che viene prodotta interamente in Giappone: la Prius veniva venduta in California per un prezzo medio di 300 dollari rispetto a quello normale. Ora è quasi a 1000 dollari sopra il prezzo standard.PESCE E GAS – Sebbene tutti gli esercenti mondiali di una tale industria abbiano più volte avvertito che, per i mercati locali, è in generale impossibile far arrivare dal Giappone il pesce, e che quindi il disastro a Fukushima non avrà alcun effetto sul mercato ittico mondiale, ciò non è altrettanto vero per il florido commercio del pesce giapponese, ovviamente devastato dalla catastrofe di Fukushima.
In alcune parti del paese,quasi il 90% della flotta è stata messa KO. Ora l’industria sta gestendo gli effetti delle radiazioni dalla centrale di Fukushima, che per un periodo sono state direttamente sversate nell’oceano. Mentre il governo giapponese afferma che il pesce dalle coste è ancora buono da mangiare, gli amanti del pesce rimangono scettici, e molti ristoranti di sushi in tutto il mondo hanno smesso di importare il pesce giapponese come precauzione.Meno noto è invece che il Giappone, oltre all’energia che crea soprattutto dall’atomo, ha iniziato ad importare anche gas naturale: è una conseguenza normale, laddove non ci si fidi più dell’energia nucleare, dice Foreign Policy. E visto che la TEPCO, la società che gestisce l’energia per Tokyo, per precauzione ha spento anche molte altre centrali dopo Fukushima, gli analisti finanziari hanno stimato che il prezzo delle risorse alternative salirà alle stelle.Il terremoto dell’ultimo mese ha messo KO un quarto della capacità nucleare del Giappone, e i reattori di Fukushima da soli fornivano la metà della capacità energetica della Tepco. La Barclays con i suoi analisti inizialmente stimava che questo avrebbe causato una salita del 3% nella domanda mondiale di gas naturale, e tale innalzamento sarebbe soprattutto una conseguenza della domanda giapponese. Alla fine dell’ultima settimana, i prezzi del gas liquido sono saliti sia in Asia che in Europa come è d’altronde una costante dal momento del disastro fi Fukushima, e se il Giappone non cambierà idea riguardo il non costruire nuove centrali, questi alti prezzi rimarranno stabili.CONSEGUENZE GLOBALI – Già, perchè un’altra conseguenza del terremoto nella centrale nucleare è la ripresa del movimento antinuclearista in tutto il mondo: persino nel nuclearissimo Giappone.L’Unione Europea (il commissario energetico dellaquale, Gunther Oettinger, ha definito la situazione a Fukushima come “un’apocalisse nucleare”) ha invocato uno “stress test” per i 143 reattori presenti nell’Unione. Nel frattempo la Germania – la più grande economia dell’UE – ha sospeso i piani per prolungare la vita delle proprie centrali. Altrove nel mondo, il presidente degli Stati Uniti Barack Obama, seppur mantenendo fermo il sostegno all’energia nucleare, ha richiesto una revisione complessiva dello stato delle centrali americane. E la Cina, che aveva piani per una massiccia espansione dell’energia nucleare, ha affermato che si asterrà dall’approvare nuove centrali nucleari per permettere una revisione negli standard di sicurezza. Solo i governi della Francia e dell’Inghilterra sono rimasti saldi a fronte del panico globale.
E sono probabilmente queste conseguenze nascoste che appesantiranno – e di molto – la bilancia del disastro Fukushima dalla parte dei problemi, piuttosto che da quella delle soluzioni.


Las Vegas: la Chernobyl Americana

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Tratto dal sito: Quattro Vecchi in America

LAS VEGAS O NON LAS VEGAS QUESTO E’ IL DILEMMA!!!

In questi giorni stavo cercando di organizzare un week end lungo a Las Vegas, approfittando di un Lunedi’ festivo qui ad Huntsville. Cercavo in vari siti biglietti aerei ed alberghi, alla ricerca di una occasione. A dire la verita’ i prezzi per una vacanza di 3 notti per 4 persone da Huntsville potrebbe costare 1500 $ in un albergo sulla Strip (via principale dove ci sono i piu’ famosi e strani casino’ di Las Vegas).

Girando girando ho iniziato a scoprire delle notizie poco rassicuranti su Las Vegas e sul Nevada. Pensavo di dover stare attento alle persone poco perbene nel downtown di Las Vegas, di dover fare attenzione ai borseggiatori, agli imbroglioni da casino’, ma mai credevo di leggere cio’ che ho letto. In estrema sintesi il Nevada e’ stato il piu’ grande test di prova di BOMBE ATOMICHE in USA!!!!!!

Las Vegas e’ in Nevada ed a soli 110 Km dal poligono!!!!!


Moratoria nucleare tra India e PakistanLa notizia mi ha colpito ed ho approfondito le letture. Di seguito una sintesi dai vari siti che ho consultato. Il mio commento alla fine.

Il Nevada Test Site (NTS) e’ situato a 65 miglia(105 km) a Nord della citta’ di Las Vegas. Conosciuto con il nome di Nevada Test Site, il sito e’ stato aperto l’11 Gennaio 1951, per testare munizionamento nucleare. E’ grande 3,500 km quadrati ed e’ essenzialmente deserto e terreno montuoso. I primi test iniziarono con una bomba di 1 Kilotone 27 Gennaio 1951. Nel 1962 ci fu l’ultima esplosione in atmosfera, mentre quelle sotterranee continuarono fino al 1992. Sono state sparate 928 bombe atomiche, dalla potenza piu’ disparata, da quelle piccole 10 Kt fino a quelle da 100 Mt!!!!!!

Per maggiori notizie (date di tiro , nome del tiro, quantita’ di esplsosivo …
vedi http://www.nv.doe.gov/library/publications/historical/DOENV_209_REV15.pdf


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Per non perdersi tra Kt e Mt leggete qui sotto:

1 Kilotone (Kt)e’ l’energia equivalente a 1000 tonnellate di esplosivo TNT
1 Megatone (Mt) e’ l’energia equivalente a 1.000.000 di tonnellate di esplosivo TNT.
Pensate che una bomba d’aereo molto grande ha 10.000 Kg di TNT.

bombe_inglesi



Ricordando dalle elementari che 1 tonnellata equivale a 1000 Kg, ne segue che una bomba atomica da 1 Kt (che sono 1000 tonnellate di TNT) equivale a 1000 x 1000 Kg di TNT. Cioe’ 1.000.000 di Kg di TNT!!!!! Cioe’ una bombetta atomica da 1 Kt e’ 100 volte piu’ potente di una mega bomba d’aereo!!!

Nel seconda guerra mondiale sono state lanciate su Hiroshima e Nagasaki due bombe atomiche da 13 Kt e 25 Kt!!! (come se avessero lanciato 1300 e 2500 bombe d’aereo da 10.000 Kg!!!!)
Una palla di fuoco con un diametro di circa 30 metri si formo’ in 0,1 millisecondi, una temperatura di 300.000 gradi centigradi e si estese ad un suo massimo in un secondo. Il fungo atomico si elevo’ a circa 17.000 metri di altezza.
Questa e’ Little Boy, lanciata su Hiroshima.

Little_boy

Questa e’ Fat Man, lanciata su Nagasaki.



Fat_man



Da recenti studi si e’ appreso che , secondo la Radiation effects Research Foundation, una fondazione nippo-americana fondata per studiare e monitorare gli effetti delle bombe sganciate su Hiroshima e Nagasaki, oggi il livello delle radiazioni nucleari non e’ tale da essere considerato un pericolo per la popolazione locale.
Questo perche’ le bombe sono esplose a 600 e 503 metri di altitudine, e il fallout, ovvero i prodotti della fissione nucleare che si sono liberati nell’esplosione, è stato spinto lontano dalle correnti d’aria e solo in minima parte ha poi raggiunto il suolo. Le esplosioni hanno lasciato oggi una radioattività trascurabile, simile a quella naturale di fondo.

L’attivazione radioattiva di materiali non radioattivi (attivazione neutronica), nel caso delle bombe giapponesi è stata molto inferiore alle bombe sganciate a livello del suolo nei test atomici (deserto del Nevada, atolli polinesiani).
Altro termine di paragone e’ la comparazione tre l’incidente di Chernobyl e le bombe di Hiroshima. Questo per capire poi cosa c’e’ nell’aria, nel suolo e nelle falde acquifere del Nevada Test Site.
È stato calcolato che l’incidente di Chernobyl abbia rilasciato una quantità di radiazioni pari a 200 volte a quelle rilasciate in occasione della bomba caduta su Hiroshima.
Azzardo un paragone poco scientifico. Se Chernobyl era 200 volte Hiroshima (13 Kt), allora poteva valere 200 x 13 Kt e cioe’ 2600 Kt. Quindi e’ come se a Chernobyl avessero sparato una bomba del valore di 2600 Kt (2,6 Mt).
Nel Nevada Test Site hanno sparato una marea du bombe atomiche almeno apri ad Hiroshima e Nagasaki, con bombe atomiche anche di 100 Mt!!!! Che sono 50 volte piu’ pericolose di Chernobyl!!!! Naturalmente questi sono paragoni poco scientifici, perche’ ci sarebbe da tenere in conto un sacco di variabili che io purtroppo non conosco. Pero’ puo’ dare l’idea di che cosa hanno sparato negli anni nel Nevada Test Site e della pericolosita’ del luogo!!!!

Torniamo alla storia del Nevada Test Site.

Ai primi test atomici furono invitati i giornalisti, come testimoni. L’esplosione fu ripresa e mandata in onda dalla TV. Il posto di osservazione dei giornalisti era a sole 10 miglia dall’esplosione!!! Questo per rafforzare l’idea nella popolazione che anche se vicini al luogo dell’esplosione tutto era sotto controllo.


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Vi riporto in lingua madre (!!!!) la descrizione dell’evento di un giornalista, del Washington Bulletin, che descriveva l’esplosione:

“You put on the dark goggles, turn your head, and wait for the signal. Now — the bomb has been dropped. You wait the prescribed time, then turn your head and look. A fantastically bright cloud is climbing upward like a huge umbrella…. You brace yourself against the shock wave that follows an atomic explosion. A heat wave comes first, then the shock, strong enough to knock an unprepared man down. Then, after what seems like hours, the man-made sunburst fades away.”
In poche parole era entusiasta, al massimo (come direbbe Mastroianni nel film “che ora e’”), dello spettacolo!!! Ma non capiva che aveva messo seriamente a rischio la sua vita!!!!
La scelta del Nevada e’ stata frutto di valutazioni militari e geologiche approfondite, ma essenzialmente si voleva avere un poligono atomico in patria, per rispamiare i test che altrimenti si sarebbero dovuti svolgere nell’Oceano Pacifico (spendendo un mucchio di soldi!!).
Per darvi un’idea sulla potenza dei primi test vi dico che Big Shot (nome dato dalla stampa alla prima bomba atomica esplosa, mentre il Governo la chiamo’ Charlie) era di 31 kilotoni. Quella di Hiroshima e Nagasaki era rispettivamente di 13 kilotoni e 25 kilotoni!!!


Tra il 1951 ed il 1992, ci sono stati 928 test nucleari di cui 828 sotto terra (in teoria meno pericolosi).


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Il poligono e’ coperto di crateri dovuti alle esplosioni.

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Per vostra informazione gli altri 126 tests sono stati condotti nel Pacific Proving Grounds e nelle Marshall Islands, ed in altri poligoni atomici sparsi in USA.

Eccoli sotto. Ce ne sono molti nel West USA ed uno in Missisipi, molto vicino a noi, che pero’ dal 1964 e’ inattivo.




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Turismo atomico

Nel 1950 funghi atomici erano visibili a 160 km di distanza in tutte le direzioni, incluso la citta’ di Las Vegas, citta’ nella quale i test atomici diventarono una attrazione(!!!!!). Frotte di americani andavano a Las Vegas per vedere i funghi atomici dagli Hotels!!!


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I furbissimi politici di Las Vegas,cosi’ come avevano fatto 20 anni prima, in occasione della costruzione della Boulder Dam (diga monumentale), presero la palla al balzo ed iniziarono a pubblicizzare Las Vegas come attrazione atomica, denominandola “atomic city”.



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Dopo la trasmissione televisiva dell’esplosione nucleare, Las Vegas divento’ il centro della follia. Il fungo atomico divenne l’icona di Las Vegas, adornando cartoline, dolci, giochi showgirl ed altro!!!



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Addirittura furono commercializzazione di calendari riportanti la programmazione delle esplosioni ed i migliori posti da cui osservarle!!! A molti turisti veniva offerto un “atomic box lunch” per fare un picnic a ground zero (punto di impatto della prima bomba atomica esplosa)!!!

Questo sotto e’ ground zero e quello e’ uno, fesso a mio avviso, che ha deciso di avere una emozione forte e di correre un rischio ancor piu’ grande!!!


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Oltre al turismo atomico il poligono porto’ migliaia di militari, civili e posti di lavoro. E naturalmente fondi governativi allo Stato del Nevada.

Il poligono era la seconda fonte di impiego in Nevada, dopo l’industria estrattiva (miniere). Las Vegas, con i suoi casino’ era solo al terzo posto!!!
Sembra che l’ultima detonazione atmosferica sia avvenuta nel Luglio 1962. Pero’ i test atomici sotterranei sono continuati fino al 1992. Data in cui sembrano siano cessate le detonazioni atomiche. Ma continuano le detonazioni subcritiche.
Una incredibile detonazione in atmosfera fu quella che nel 1962 fece detonare 104 kilotoni, che creo’ un cratere ampio 1,280 feet (390 m) e profondo 320 feet (100 m) che puo’essere visto anche oggi.


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Il poligono mise in programma nel 2006 una detonazione di 1100 Tonnellate di esplosivo TNT, denominata Divine Strake. Le autorita’ del Nevada e dell’Utah si opposero e le operazioni furono rinviate al 2007, quando le autorita’ decisero di cancellare l’esperimento.

Le prove atomiche fatte nel poligono avevano lo scopo di testare l’effetto di testate atomiche su obiettivi tipo veicoli, shleters, case, edifici, fortificazioni costruite (con standard americani ed europei) vicini a ground zero (punto di impatto della bomba). Naturalmente furono costruito anche dei manichini che simulavano esseri umani, per capire gli effetti delle detonazioni su di essi.
Telecamere ad alta velocita’ sono state installate per catturare gli effetti delle radiazioni e dell’onda d’urto generata dalla detonazione. Questi tests sono stati utili a sviluppare linee guida, distribuite al pubblico, per migliorare la probabilita’ di sopravvivenza in caso di attacco nucleare.


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Naturalmente negli anni passati ci sono state numerose manifestazioni di protesta (almeno 536) che hanno coinvolto almento 40.000 partecipanti, di cui 16.000 sono stati arrestati. Nel 1988 delle 3000 persone che partecipavano ad una manifestazione ben 1200 furono arrestate!!

Sembra quasi naturale, purtroppo, che in queste zone sia stato riscontrato un significante eccesso di morti, dovute a malattie collegate alle radiazioni nucleari, in persone nate tra gli anni 5o e 60. Ed esiste un numero imprecisato ed incalcolabile di persone che hanno ricevuto il fall out radioattivo in zone adiacenti (e questo e’ naturale) e non adiacenti (a migliai di Km di distanza!!!), come Utah ed Arizona.


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Si calcola che ci siano stati almeno 11.000 morti dovuti agli effetti delle radiazioni!!!

Il governo americano, a mo’ di ammissione di colpa, ha addirittura deliberato una ricompensa di 50.000 $ per le persone esposte al fall out nucleare. A gennaio 2006 gia’ 10.500 persone (denominate downwinders e cioe’ le persone che stavano sottovento le radiazioni nucleari) avevano gia’ ricevuto tale somma ed a 3.000 era stata negata.
Mentre 75.000 $ a persona sono stati deliberati per le persone che lavoravano ai test atomici sotto terra e 100.000 $ per le persone che trasportavano sostanze radioattive e per i minatori.
Oggi il poligono e’ un luogo di tests chimici e di training per la protezione civile (che qui si chiama homeland security)in caso di attacchi terroristici. Oltre ad essere sede di detonazioni critiche, che non dovrebbero creare catene di reazione nucleare.
Questa e’ la mappa del poligono e come noterete non invento: e’ ad un passo da Las Vegas!!!




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Ora che avete letto potrete valutare se e’ il caso di andare a visitare Las Vegas o se andare in altri posti, magari meno contaminati e piu’ salutari.

Io ho scelto, non ci andro’!!! Anche perche’ oltre al sito nucleare ci sono altre due storie da raccontare (non oggi perche’ ho sonno): una e’ sulla discarica atomica del Monte Yucca (sempre a 160 Km da Las Vegas!!) e l’altra e’ sull’area 51 (nel poligono di cui abbiamo parlato).
Se invece sarete qui sotto e cioe’ all’entrata del poligono, vuol dire che avete fatto un’altra scelta.


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Forse migliore della mia, che mi faccio sempre mille problemi prima di intraprendere un viaggio (a proposito come avremmo fatto a capire tutto cio’ senza internet ?????!!!).

Pensate che ho cambiato la destinazione delle vacanze estive al mare, perche’ ho scoperto che vicino alla citta’ dove avevamo deciso di andare noi (Santa Rosa in Florida) c’e’ un immenso poligono dell’Aeronautica, dove si testano tutte le bombe all’uranio impoverito!!! E naturalmente ho scelto di andare a Fort Morgan (pero’ non sapevo che a 400 Km da li c’era un ex poligono nucleare!!!). Se lo avessi saputo forse avrei cambiato destinazione!!!
Qui in USA tutto e’ a rischio, dato che prima di tutto viene il bene del paese (e quindi nel nome del bene del paese si fanno test atomici, centrali nucleari e quant’altro!!) e poi i cittadini. Qualche mese fa ho scoperto che a meno di 30 Km da casa mia (!!!) c’e' una delle piu’ grandi centrali nucleari americane!!!! Questa volta pero’ non posso andarmente, anche perche’ i bambini e Stefania stanno proprio bene qui. Il rischio di qualche casino nucleare c’e', ma la corrente la paghiamo nulla. Nelle case tutto va a corrente, i riscaldamenti con i condizionatori, i fornelli sono elettrici, si usano lavatrici ed asciugatrici che assorbono un casino, il fresco durante l’estate e’ dato dai condizionatori……… Noi paghiamo la bolletta della luce, rifiuti e riscaldamento circa 130 $ al mese che sono circa 1600 $ all’anno (un po piu’ di 1100 Euro)!!!! In Italia costa molto di piu’ ed il rischio nucleare lo abbiamo ugualmente, dato che la Francia, la Slovenia ed altre nazioni viciniore hanno tutte le centrali nucleari.
Comunque se avete deciso di andare lo stesso, sappiate che le gite atomiche si prenotano con 6 mesi in anticipo!!!
Naturalmente non si possono portare macchine fotografiche, cellulari, binocoli e non si puo’ raccogliere e scavare nulla dal terreno!!!


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Vi consiglio comunque di buttare i vestiti e le scarpe al ritorno dalla gita, di evitare di mangiare verdure a foglia larga e bere acqua del poligono!!!!