Visualizzazione post con etichetta Indignati. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Indignati. Mostra tutti i post

Grecia, la nuova consapevolezza della protesta




La pressione e la brutalità delle politiche economiche esercitate dal governo o chi per esso, non hanno permesso a un'intera società di riorganizzarsi, di pensare ai modi e ai tempi di una reazione ordinata, metodica e, soprattutto politica.
In occasione del 15 ottobre, giornata nella quale si sono dati appuntamento i movimenti che protestano contro le politiche economiche di molti governi, i greci, già da due anni, si trovano nella posizione di chi sta subendo il neo-liberismo nella sua forma più dura. Al tempo, era lo scorso maggio quando gli "aganaktismeni", gli "indignati" ellenici, occuparono le piazze di molte città e l'occupazione di Piazza Syntagma, ad Atene, ebbe termine a fine luglio. Che cosa sia successo all'indignazione greca e cosa sia possibile prevedere circa i fermenti sociali futuri, è Ghiorgos Kontostavlos, sociologo, a spiegarlo.
Sono quasi due anni che la società greca vive sulla propria pelle il pieno spiegamento delle politiche neo-liberiste. L'indignazione delle piazze si è espressa da maggio fino a luglio, coinvolgendo, in tutto il Paese, circa due milioni e mezzo di persone. D'altra parte, nelle ultime settimane, le occupazioni di uffici pubblici, gli scioperi e le manifestazioni sono diventate un fenomeno quotidiano. Il 19 ottobre i sindacati hanno indetto uno sciopero generale di 48 ore che, con ogni probabilità, sarà massiccio. Sono, questi, elementi utili a capire se la protesta delle piazze di tutto il mondo, programmata per il 15 ottobre, avrà successo in Grecia, ad Atene se non altro, dove, però, gli "indignati" tacciono da agosto?
Credo che il valore politico di un movimento che va diffondendosi ovunque sia, in Grecia, attenuato dal fatto che qui non esiste la tradizione della società civile. Al suo posto, storicamente, si sono sviluppati solo rapporti clientelari, che si imposero già alla fondazione dello Stato greco, nel 1821. I partiti politici borghesi non si formarono, infatti, che nel 1910 mentre, parallelamente, tutto il XX secolo fu costellato da dittature che ponevano, al loro centro ideologico, il rapporto fra società ed esercito; quest'ultimo sostenne sempre il ruolo di depositario del potere, mentre paternalismo e populismo penetrarono la coscienza politica dei greci, governanti e governati.
La vera tragedia, però , seguì la seconda guerra mondiale e quella civile: fino al 1974 e alla caduta della giunta militare instauratasi nel 1967, la Grecia visse in condizioni di paura, violenza e illegalità, che non colpivano solo la sinistra ma chiunque fosse semplicemente democratico. Ciò ha significato che i greci non abbiano mai potuto imparare a vivere all'interno di una società abituata a rivendicare, sentendo di dover delegare le proprie esigenze a capi, a uomini politici di carisma populista, che hanno guidato il Paese fino alla metà degli anni '90.
Seguendo il suo capo, grande parte della piccola e media borghesia e degli impiegati statali è andata costruendo una società che, nel giro di meno di due anni, va ora disfacendosi. Quando non hai soldi per pagare la luce e il gas, si pone una questione di democrazia, relativa ai diritti sociali e allo sviluppo della società civile. Ma prima ancora, quando non hai soldi per fare benzina e devi usare l'auto per andare al lavoro che non sai se avrai fra due mesi, vivi uno shock.
Ora, io credo che la società greca sia quella più colpita in Europa e credo anche che non si sia ancora ripresa: non ne ha avuto il tempo, infatti. La pressione e la brutalità delle politiche economiche esercitate dal governo o chi per esso, non hanno permesso a un'intera società di riorganizzarsi, di pensare ai modi e ai tempi di una reazione ordinata, metodica e, soprattutto, politica.

Siamo ancora dolenti per i colpi ricevuti che continuano e si intensificano, eppure credo che qualcosa stia succedendo. Sono molti gli indizi che mi portano a credere che, piano piano, la società greca si stia rendendo conto della violenza esercitata dai centri politici e decisionali che governano il Paese. In questo quadro, direi che il movimento delle piazze, che non mi piace definire "indignati", non sia stato sconfitto ma si sia ritratto e si stia riorganizzando. La rabbia, ormai, si è consumata e, poco alla volta, si sta formando un'onda costituita da persone che sanno di essere state depauperate e hanno deciso di riconquistare la loro vita e non quella che avevano prima.
Non so se il 15 ottobre a Syntagma ci saranno tante o poche persone, sicuramente quelle che parteciperanno alla mobilitazione saranno diverse, cambiate da una nuova consapevolezza.
Colpisce il pensiero espresso da una degli "indignati" della primavera scorsa: "mi hanno trasformata in una persona piena di rancore e aggressività, che fa fatica a ricordare il rispetto per le istituzioni".
La crisi economica è evoluta in crisi della democrazia. Il governo ha agito in modo spesso incostituzionale, basti pensare al numero di misure approvate dalla maggioranza parlamentare che incidono sul 2014 o sul 2015, anni in cui il mandato dell'esecutivo attuale sarà scaduto. Si deve, poi, prendere in considerazione il ruolo della maggior parte dei mezzi di informazione, divenuti centri di propaganda governativa sistematica. I cittadini, ormai, hanno perso la fiducia e si sentono assediati, mentre sanno benissimo che i sacrifici che fanno non servono assolutamente a nulla. Questo è un primo passo, molto importante; quello che ora si rende necessario è incanalare la rabbia e trasformarla in progetto politico.
Tutti i sondaggi concordano circa tre aspetti: il 36 per cento risponde che non sa cosa voterà alle prossime elezioni, il bipolarismo storico è in crisi e la sinistra, nel suo insieme, raccoglie il trenta per cento dei consensi.
La partita politica si gioca, e continuerà a giocarsi, attorno a chi sostiene le scelte dettate dai creditori della Grecia, da una parte e, dall'altra, attorno a chi vi si oppone. Le forze politiche dell'opposizione devono trovare un'alternativa realistica, capace di convincere l'enorme numero di cittadini che, oggi, dichiarano che non andranno a votare. L'astensionismo registrato dai sondaggi è molto preoccupante e non fa che confermare quello che credo essere il problema più grave che abbiamo: la crisi della democrazia e delle istituzioni. In questo credo che la Grecia non possa risolvere da sola i suoi problemi. Solo attraverso l'azione comune a livello di popoli europei, si può pensare di cambiare le cose radicalmente.

Da Atene,
Margherita Dean

Armi di Distrazione di Massa


 Siamo in una situazione economica a dir poco preoccupante, ma questa non e' certo una novità, il problema è non diffondere il panico nella mente del popolino, perché e' la storia che ci insegna che quando vi è un'aria di sconforto e malessere diffuso si rischia che qualche testa calda possa sovvertire il sistema facendo crollare non solo Re e Regine d'altri tempi ma anche leader immortali o quasi come Mubarak, Gheddafi, Saddam, ecc.. Questo non vogliamo che succeda nel vecchio Continente vero?
Per evitare imprevedibili reazioni da parte della popolazione si applica una piccola "correzione di marcia" sul pensiero del cittadino medio.
Vi e' mai capitato di aver avuto la coscienza sporca e aver cercato di evitare di toccare il discorso in tutti i modi? Ecco cosa ci sta capitando con i nostri "governatori".
Fateci caso ogni qual volta che avviene un aumento del prezzo del carburante, del riscaldamento, della luce piuttosto che una manovra finanziaria scomoda, un nuovo pizzo o tassa che si voglia, i mass media iniziano a parlare di qualche "CASO IRRISOLVIBILE" che neppure dallo staff di X-FILES potrebbe far qualcosa. Cito soltanto qualche esempio ma potrei riempire pagine e pagine di questi avvenimenti: dal caso di Erba, Erika e Omar, Cogne, Avetrana, la piccola Iara, Perugia, G8, la pedofilia nel Vaticano, perfino il nostro caro Silvio nazionale rientra in questa operazione di distorsione mentale con lui poi e' facile perche' ne studia una più del diavolo! Dove voglio arrivare? Voglio mettere nella lista un'altra di queste operazioni che più mi ha fatto incazzare negli ultimi tempi. Cioe' tappare la bocca a chi VERAMENTE STA PATENDO QUESTA DANNATA CRISI SOCIALE-ECONOMICA.
Il 15 ottobre vi era una manifestazione, per chi non lo sapesse, per esprimere l'indignazione di alcuni ceti sociali nei confronti degli zombi che dormono a Montecitorio. Giusta o sbagliata che sia stata la protesta quelle migliaia di persone erano li per dire a tutti "NOI STIAMO MALE, FATE QUALCOSA". Se fosse filato tutto per il verso giusto, talk show pomeridiani di tutte le reti avrebbero dovuto discutere le ragioni di questa protesta in piazza.
Invece NO!
Questa volta cosa avrebbe potuto distorcere meglio l'attenzione degli italiani? Trovato!!! Una bella guerriglia urbana naturalmente!!
Ho letto in alcune interviste che i temuti Black Bloc son arrivati in treno a Roma vestiti di jeans e maglietta; bastoni spranghe e bombe carta se le son procurate proprio durante il corteo!! E siccome non e' difficile fare 2+2,  pochi giorni prima la manifestazione il ministero degli interni allertava le forze dell'ordine per possibili infiltrazioni di violenti nel corteo pacifista.
Che stana coincidenza eh!?
Ma la cosa piu' strana e' stata che per la prima volta i violenti hanno avuto carta bianca nei quartieri romani per poter distruggere e incendiare tutto ciò che volevano e pensare che negli scontri a Genova e in Val Susa vi erano piu' agenti e meglio organizzati...
Come mai a difesa della capitale non c'era un vero piano di "repressione" della guerriglia?
Perché con pochi danni ma ben evidenziati si sarebbe potuto parlare per settimane degli scontri piuttosto che del vero motivo della manifestazione, cioe' LA CRISI ITALIANA.
La vera democrazia e' quella che lascia la parola a qualunque persona senza distinguere SESSO RAZZA O RELIGIONE.

Ho sentito degli stranieri che parlando di noi italiani ci giudicavano come un popolo che non avrebbe mai alzato la voce fin quando non sarebbero mancate sigarette, pizza e calcio.

Nel Golfo del Messico continua a fuoriuscire petrolio: E NESSUNO SE NE PREOCCUPA!!!


MAREA NERA NEL GOLFO DEL MESSICO:
CHIUDENDO GLI OCCHI NON ABBIAMO RISOLTO IL PROBLEMA

Di seguito due articoli tratti dal journal dove spiegano detagliatamente cosa sta succedendo nell'area in cui poco più di anno fa una marea nera targata BP (british petroleum) ricoprì con una macchia nera il Golfo del Messico, secondo le stime della BP stessa (quindi per difetto) erano già stati riversati in mare, al 15 luglio, tra i 3 e i 5 milioni di barili di petrolio, ovvero tra i 506 e gli 868 milioni di litri, stimati in 460.000/800.000 tonnellate, senza contare che furono impiegati 7 milioni di litri di solventi rovesciati sulla macchia nera soltanto nelle prime settimane dell'emergenza.
Far girare questi articoli permetterebbe di far sorgere alla luce non solo lo scandaloso operato della BP che tra l'altro come risarcimento danni ha proposto la sceltra tra poche briciole o un processo lungo decenni, ma anche l'inquietante dubbio che questa spequlazione sul carburante serva ai petrolieri per farsi pubblicità con i mega risarcimenti, il poche parole i disastri ambientali li paghiamo noi! Inoltre è dagli anni '80 che si parla di carburanti o energie alternative...
NON SONO ANCORA ABBASTANZA GRASSE LE FAMIGLIE DI PETROLIERI?? 
Iniziamo a modificare il NOSTRO modo di acquistare e consumare in modo tale da condizionare le multinazionali a non dover più obbligare la domanda di mercato ma semplicemente ad offrire una risposta alle esigenze di noi consumatori.

Di seguito gli articoli, a voi le concluzioni.
Da dove viene? Il mistero della marea nera bis nel Golfo del Messico si infittisce. O forse sono semplicemente, finalmente delineati gli autentici contorni della vicenda
Le autorità americane oggi hanno acclarato che il petrolio fresco presente sull’acqua non proviene dal relitto della piattaforma Deepwater Horizon, affondata mentre trivellava il pozzo Macondo: quello che causò la marea nera 2010, il peggior disastro nella storia dell’industria petrolifera.
In precedenza avevano appurato che il petrolio non proviene neanche dal pozzo stesso dai “relief well” scavati l’anno scorso per turarlo.
Il petrolio però ha le stesse caratteristiche di quello uscito un anno fa da Macondo, ed è troppo abbondante per essere ascritto alle perdite naturali che si verificano sui fondali del Golfo del Messico. E allora appunto: da dove viene?
Non lo sa nessuno, e il pensiero corre a tutte le voci allarmate che si erano levate l’anno scorso a proposito di fratture nel fondale, apertesi a causa delle operazioni per turare il pozzo e-o dell’infernale pressione del getto di petrolio e metano.
Fra i più autorevoli sostenitori di questa tesi c’erano il senatore americano Bill Nelson e un esperto di petrolio, Mattew Simmons, un famoso teorico del “picco“: ne parlava in termini così apparentemente inverosimili (oltre che apocalittici e catastrofici) che all’epoca non l’ho mai neanche citato. In fondo trovate un link a quello che diceva.
Diceva, e non dice più: perchè Matt Simmons è stato trovato morto l’anno scorso nella vasca da bagno, a catastrofe in corso.
Aveva una bella età. Il decesso fu attribuito a una caduta e ai disturbi cardiaci di cui soffriva. Con il senno del poi e alla luce dei fatti che sembrano in qualche modo dargli ragione la fantasia può sbizzarrirsi e immaginare per la sua fine scenari degni dei misteri italiani, i cui protagonisti si suicidano impiccandosi a una pianta di fragole.
Al di là di qualsiasi speculazione propria o impropria, resta il fatto che, sui fondali del Golfo del Messico, il mostro si è svegliato. Il fantasma è uscito dalla tomba. Ci sono le premesse perchè faccia parlare di sè. Vedremo.
Un vecchio post di Petrolio Matt Simmons: c’è un lago di petrolio là sotto che non smetterà di fuoriuscire
Matt Simmons su English Wikipedia


-----------------------------------------------------------------------------------------------------------------

La marea nera bis del Golfo del Messico prosegue, ed è davvero una cosa ben strana: se ne preoccupano infatti gli arabi di Al Jazeera, ma non gli americani.
I media statunitensi, dopo un’iniziale moderatissima attenzione, non degnano più gli eventi di un’occhiata. Le autorità statunitensi – e qui si sfiora il comico – dicono di non aver notato nulla, ma proprio nulla, durante i sorvoli sull’area.
Le associazioni di volontariato continuano a fornire ulteriori documentazioni dell’abbondante petrolio nella zona del pozzo Bp Macondo, che un anno fa ne vomitò 5 milioni di barili, la peggior catastrofe del genere nella storia industriale. Le uniche analisi finora effettuate (a cura dei giornalisti, appunto) hanno evidenziato che il greggio è fresco e corrisponde esattamente a quello di Macondo.
Adesso la marea nera bis è stata appunto notata da Al Jazeera, che le dedica un ampio e preoccupato servizio più una galleria di foto.
Un giornalista di Al Jazeera ha sorvolato pochi giorni fa la zona di Macondo sull’aereo di Bonny Schumaker, dell’associazione On Wings of Care.
Il volo si è svolto dopo diverse giornate di cattivo tempo, uragano compreso. Se gli affioramenti di petrolio fossero stati un episodio isolato, le onde avrebbero spazzato via tutto. Invece no. C’è sempre petrolio fresco in prossimità di Macondo: una scia lunga circa 7 chilometri e larga 10-50 metri si trova a circa 19 chilometri a Nord Est del pozzo.
Può trattarsi di una perdita naturale di idrocarburi dal fondale? Nel Golfo del Messico succede spesso, il sottosuolo è pieno di petrolio…
La risposta è no. Almeno nel senso che una perdita naturale di petrolio così corposa non si è mai vista, dicono gli esperti intervistati dall’emittente araba.
Piuttosto, dalle loro parole prende corpo un vecchio fantasma. Che cioè il petrolio del giacimento di Macondo si stia aprendo una strada approfittando sia delle crepe naturali del sottosuolo sia le ulteriori crepe causate dalle affannose e complicate operazioni per turare il pozzo fuori controllo.
Il giornalista di Al Jazeera ha notato, durante il sorvolo, due navi della Bp, intente – dice il portavoce della società – a studiare le perdite naturali di idrocarburi.
La Bp smentisce qualsiasi perdita da Macondo. Un video della bocca del pozzo girato da un robot subacqueo e mostrato alle autorità statunitensi (non è stato tuttavia reso pubblico) non ha evidenziato alcuna perdita.
Il servizio di Al Jazeera sottolinea la necessità di investigare urgentemente sulla questione e di esplorare accuratamente il fondale.
Casomai qualcuno avesse ancora dei dubbi sulla bontà di questa idea, posso citare l’esempio domestico del rubinetto che perde. Comincia con una gocciolina cui si può rimediare facilmente e con poca spesa. Finisce con una chiamata urgentissima all’idraulico. Se viene.

Chi porterà via le barre radioattive da Fukushima?

di Shimatsu da Yoichi Global Research  4th Media Beijing  30 Maggio 2011
La disattivazione della centrale nucleare 1 di Fukushima  è ritardata da un unico problema: dove smaltire le barre di combustibile di uranio? Molte di quelle barre sono estremamente radioattive e parzialmente fuse, e alcune contengono plutonio altamente letale.
Oltre al combustibile fissile all'interno dei sei reattori dell'impianto, più di 7 tonnellate di barre di combustibile esausto devono essere rimosse per essere trasferite verso un sito di stoccaggio permanente, prima che i lavoratori possano seppellire l'impianto Fukushima sotto il calcestruzzo. Le barre non possono essere depositate in modo permanente in Giappone perché  i  nuovi centri di stoccaggio di rifiuti del paese, sulla punta nord-est di Honshu, sono costruite su terreni non adatti. Le basi della struttura di riciclaggio di Rokkasho e l'unità di stoccaggio di Mutsu sono incrinate perchè affondano in maniera irregolare nel terreno paludoso.
Il seppellimento delle barre all'interno del reattore 1 di Fukushima comporta dei rischi enormi perché il basamento della discarica non può sostenere il peso delle barre di combustibile, oltre ai reattori e all'acqua di raffreddamento, all'interno delle previste mura di contenimento in cemento. Il combustibile esausto meno reattivo dovrebbe essere tenuto a secco all'interno di barili raffreddati ad aria. I forti terremoti che spesso colpiscono la regione di Tohoku finiranno per minare le fondamenta, causando il versamento inarrestabile di reflui radioattivi nell'Oceano Pacifico. Le barre devono quindi andare in un altro paese.
La cattiva fede dell'America
In base al trattato di non proliferazione (NPT), firmato dal Giappone nel 1970, i negoziatori di Washington hanno stabilito che il combustibile nucleare utilizzato dai reattori giapponesi deve, per legge, essere spedito negli Stati Uniti per lo stoccaggio o il ritrattamento, per prevenire lo sviluppo di una bomba atomica. Washington non è stata in grado di rispettare i suoi obblighi verso Tokyo previsti dal trattato, a causa della protesta pubblica contro la proposta dell'impianto di stoccaggio di Yucca Mountain vicino a Las Vegas.
Una commissione convocata dall'amministrazione Obama ha appena raccomandato la costituzione di una rete di siti di stoccaggio negli Stati Uniti, una polemica che certamente risveglierà i sentimenti contro il nucleare, durante la prossima campagna elettorale. L'industria nucleare americana ha le sue proprie riserve di oltre 60.000 tonnellate di combustibile nucleare esausto - senza contare i rifiuti provenienti da reattori utilizzati per fini militari e di ricerca -  cosa che non lascia spazio alle barre di Fukushima all'interno del sito di smaltimento del Nevada, se venisse mai aperto.
Per l'Asia continentale
La Tokyo Electric Power Company (TEPCO) ha versato 1 trilione di yen (12 miliardi  di dollari) in fondi per lo smaltimento dei rifiuti nucleari. Areva, il monopolio nucleare francese, ha collaborato con la TEPCO per trovare un sito di stoccaggio d'oltremare. Finora, la squadra TEPCO-Areva ha tranquillamente contattato tre paesi asiatici - il Kazakistan, la Cina e la Mongolia - per istituire un centro di "riciclaggio", un eufemismo per  discarica nucleare.
Tra i tre, la Cina era la scelta pimaria per l' establishment nucleare giapponese, che ha fiducia nella capacità di Pechino di salvaguardare i segreti nucleari dai suoi cittadini e anche dai massimi dirigenti. L'agenzia spaziale giapponese, che mantiene l'osservazione satellitare 24 ore su 24 su tutti gli impianti connessi al nucleare in Cina, possiede la registrazione  completa delle perdite di radiazioni in loco. Dal momento che Pechino rifiuta di rivelare questo tipo di dati al pubblico, la parte giapponese ha ritenuto di dare il necessario supporto nei colloqui con i funzionari cinesi del settore nucleare.
Anche se i burocrati del settore nucleare inizialmente erano desiderosi di ricevere mucchi di yen, la proposta è stata spazzata via dalla smania di sale  che ha travolto la Cina. Nel giro di un paio di settimane dai crolli di Fukushima, milioni di acquirenti hanno svuotato gli scaffali dei supermercati in base alle voci secondo cui il sale iodato poteva prevenire  il cancro alla tiroide causato dalle radiazioni.  Il pubblico cinese è giustamente spaventato dagli scandali relativi alla salute, dopo la scoperta di melamina nel latte, ormoni della crescita nella carne di maiale, pesticidi nelle verdure, antibiotici nei pesci ed ora  il fallout radioattivo sui terreni agricoli.
Un accordo per lo smaltimento nucleare richiederebbe che camion colmi di carichi radioattivi fossero trasportati attraverso un porto ad alta densità di popolazione, forse Tianjin o Ningbo, nel cuore della notte. Non c'è modo che la gente del posto non si accorga delle spedizioni segrete con gli smart phones, provocando un esodo di massa da ogni città e villaggio lungo il percorso, verso le discariche dell'estremo occidente della Cina. Così, la vivacità del normale cittadino cinese ha messo fuori uso il più semplice dei piani nefasti.
Principio di recupero industriale
Una scelta più logica per la conservazione all'estero si trova in paesi scarsamente popolati che forniscono li minerale di uranio al Giappone, in particolare l'Australia e il Canada. Come esportatori di uranio, Canberra e Ottawa sono i principali responsabili per lo stoccaggio dei rifiuti nucleari in virtù del principio giuridico di recupero industriale.
La pratica di recupero industriale è già ben consolidata nel settore dell'elettronica di consumo e degli elettrodomestici dove ai produttori viene richiesto, da un numero crescente di paesi, di ritirare e riciclare televisori, computers e frigoriferi.
In virtù del principio, giganti minerari dell'uranio come Rio Tinto e CAMECO, sarebbero tenuti a prendere  indietro l'uranio impoverito. Il costo di stoccaggio dei rifiuti sarebbe poi calcolato nel prezzo all'esportazione del minerale di uranio. Il costo aggiunto viene trasferito alle società di servizi e in ultima analisi, al consumatore, attraverso una tariffa più elevata per l'energia elettrica. Se il mercato si rifiuta di sostenere il prezzo dell'uranio  più alto rispetto ad altri combustibili,  allora l'energia nucleare  farà la fine del motore a vapore.
i politici australiani e canadesi sono obbligati ad opporsi, opportunisticamente, al ritorno dell'uranio impoverito, in quanto tutte le spedizioni da Fukushima incontrerebbero massicce proteste di manifestanti "non-in-my-backyard". L'unico modo, per Tokyo, per convincere i politici locali ad andare avanti tranquillamente, è minacciare di pubblicare un elenco on-line dei tangentisti in parlamento che in precedenza avevano sostenuto l'estrazione dell'uranio per conto degli interessi giapponesi.
Costo-Efficienza del nucleare
Sorge allora la domanda se l'energia nucleare, quando sono inclusi i costi di stoccaggio a lungo termine, è competitivo con gli investimenti nelle energie rinnovabili, quali le risorse eolica, solare, idroelettrica e delle maree. L'energia rinnovabile probabilmente è in vantaggio perché non produce rifiuti. Il gas naturale rimane il battitore indiscusso del prezzo ovunque sia disponibile in abbondanza. In un libero mercato senza sovvenzioni occulte, il nucleare è probabilmente destinato a fallire.
Con una mancanza di professionalità, l'International Atomic Energy Commission (Aiea) non ha mai affrontato seriamente lo smaltimento dei rifiuti nucleari come un problema a livello industriale. Basandosi sulla quantità di barre di combustibile nucleare esausto all'interno delle strutture nucleari degli Stati Uniti, ci sono quasi 200.000 tonnellate di scorie nucleari in 453 impianti civili di energia nucleare in tutto il mondo. Eppure non un solo sito di stoccaggio permanente è mai stato aperto da nessuna parte.
Il dilemma Fukushima 1 mostra che le questioni circa il rapporto costo-efficacia e la fattibilità tecnologica non possono più essere rinviate o ignorate. Le agenzie di rating riportano che il debito della Tepco è cresciuto fino ad oltre 90 miliardi di dollari, il che significa che essa non può coprire i costi futuri di stoccaggio delle barre di combustibile esausto  dai suoi due impianti nucleari di Kashiwazaki e Fukushima. il debito del governo giapponese è salito al 200 per cento del PIL. Nessuno dei due può permettersi il costo crescente dell'energia nucleare.
L'incapacità di TEPCO o del governo a pagare per lo smaltimento dei rifiuti nucleari pone la responsabilità finanziaria interamente sulle sue aziende partner e sui fornitori, tra cui GE, Toshiba, Hitachi, Kajima Edilizia e soprattutto dei fornitori di uranio, CAMECO e Rio Tinto, e dei governi di Canada e Australia. Una regola fondamentale del capitalismo e del diritto civile è che qualcuno deve pagare.
Ultima fermata
Dal momento che l'Australia e il Canada non hanno alcun fretta di ritirare gli avanzi radioattivi, lasciano il Giappone e  gli  Stati Uniti, partner nel trattato, con una sola opzione per un rapido smaltimento - la Mongolia.
Ulan Bator accetta miniere a cielo aperto di carbone e rame, che non sono altro che giganteschi siti tossici, quindi perché non prendere anche le barre nucleari fuse?  Il suo PIL, classificato tra le 136 economie del mondo, è stimato a 5,8 miliardi di dollari nel 2010. Così, 12 miliardi di dollari sono una cifra inimmaginabile per un buco di più nel terreno.
Non che la Mongolia otterrebbe la totalità del budget, dal momento che il carico nucleare dovrebbe passare attraverso l'estremo oriente russo. A differenza dei salutisti cinesi, la popolazione di Nakhodka o Vladivostok è abituata a giocare a tira-e-molla con materiali radioattivi e vodka.
Anche se la mafia che gestisce l'industria russa dei trasporti chiedesse una fetta  sproporzionata, i 3 milioni di abitanti della Mongolia sarebbero felicissimi di guadagnare circa 2.000 dollari ciascuno, più che il reddito medio annuo, se il denaro venisse diviso  equamente, tolti i costi di costruzione della discarica.
Realisticamente,  è improbabile che il popolo mongolo riceverà un centesimo, dal momento che i soldi andranno in un fondo fiduciario per i costi di manutenzione. Questo perché 12 miliardi di dollari, divisi per il periodo di emivita dell'uranio - 700 milioni di anni - equivalgono a 17 dollari di affitto annuo. Che non copre nemmeno il costo delle crocchette per il cane da guardia di turno, tanto meno per il sistema di raffreddamento. Non che qualcuno potrà calcolarlo, dal momento che fin quando l'uranio decadrà fino ad un livello di sicurezza, i fossili saranno l'unica traccia della vita umana sulla Terra.
L'avidità illusoria e miope trionferà sicuramente in Mongolia, e questo solleva una questione di responsabilità morale per il resto di noi. La comunità mondiale sentirà rimorso per lo scarico dei suoi rifiuti nucleari su una cultura antica che ha inventato il montone bollito, il latte di cavalla fermentato e Gengis Khan? Per i sensi di colpa dei diplomatici di Tokyo e Washington che risolveranno con le lusinghe l'affare sporco a Ulan Bator, ecco l'obiezione: l'eroe nazionale, il Gran Khan, ha mai versato una lacrima o sentito i morsi della colpa? Non c'è bisogno di introspezione. Una soluzione è a portata di mano.
Yoichi Shimatsu, ex direttore del Japan Times Weekly, è uno scrittore sull'ambiente con sede ad Hong Kong e anche Editore presso 4th Media, in Cina.

Fonte:
Global Research 31 Maggio 2011
Traduzione: Dakota Jones

Messaggio al movimento ambientalista

Tratto da: ilupidieinstein

Il nostro Movimento è stato dirottato

James Corbett del Corbett Report ha rilasciato un nuovo messaggio video per il movimento ambientalista. Si puo vedere il video cliccando qui o sul lettore incorporato quì sotto.

Traduzione della Trascrizione:
Sono James Corbett di corbettreport.com e sono qui oggi con un messaggio per voi.
Voi ambientalisti, attivisti, sostenitori
Voi che avete guardato con crescente preoccupazione al modo in cui il mondo intorno a noi è stato devastato per inseguire l'onnipotente dollaro.
Voi che siete interessati allo stato del pianeta che stiamo lasciando ai nostri figli e ai nostri nipoti e alle generazioni non ancora nate.
Questo non è un messaggio di divisione, ma di cooperazione.
Questo è un messaggio di speranza e di responsabilità, ma ci impone di guardare ad una verità difficile e scomoda:
Il vostro movimento è stato usurpato da quegli stessi interessi finanziari contro i quali pensavate di combattere.
Avete avuto molti sospetti per anni.
In un pimo momento avete visto con speranza ed entusiasmo, come il vostro movimento, la vostra causa, il vostro messaggio iniziava a diffondersi, veniva ripreso dai mezzi di comunicazione e suscitava attenzione, mentre si organizzavano conferenze e le idee per le quali avevate lottato così a lungo e duramente per essere ascoltati venivano portate a livello nazionale. Poi a livello internazionale.
Avete guardato con crescente disagio, a come il vostro messaggio è stato semplificato. In primo luogo è diventato uno slogan. Poi è diventato un marchio. Presto non è stato niente più che una etichetta attaccata ai prodotti. Le idee per le quali un tempo avevate combattuto ora venivano rivendute a voi. A scopo di lucro.
Avete osservato con crescente disagio, come il messaggio veniva ripetuto pappagallescamente, non argomentato, indossato come un moda piuttosto che come qualcosa che veniva dalla convinzione della comprensione.
Non eravate d'accordo, quando le parole d'ordine, e poi la scienza, venivano semplificate. Quando il Biossido di carbonio è diventato il punto centrale e la CO2 è diventata un'occasione per la politica. Ben presto è diventata l'unica occasione.
Si sapeva che Al Gore non era uno scienziato, che la sua testimonianza era erronea nei fatti, Che il movimento veniva superato da una causa che non era vostra, che si basava su credenze che non erano condivise da voi e proponeva una soluzione che non volevate. Si è raggiunto un punto di rottura quando avete visto che le soluzioni proposte non erano soluzioni per tutti, quando hanno iniziato a proporre nuove tasse e nuovi mercati che servirebbero solo a riempire le loro tasche.
Sapevate che qualcosa non andava quando li avete visti discutere sullo schema cap-and-trade proposto da Ken Lay, Quando avete visto Goldman Sachs apprestarsi a cavalcare la bolla del mercato delle emissioni, Quando l'unica ambizione del movimento è stata quella di fare soldi o spendere soldi o di raccogliere fondi da questo panico.
Il vostro movimento è stato dirottato.
La comprensione è arrivata la prima volta che avete letto il libro del Club di Roma del 1991, La Prima Rivoluzione Globale , che dice:
"Cercando un nuovo nemico contro cui unirci, trovammo l'idea che l'inquinamento, la minaccia del riscaldamento globale, la scarsità d'acqua, la fame e simili, potessero essere adatti. Nella loro totalità e nelle loro interazioni questi fenomeni costituiscono una minaccia comune che deve essere affrontata insieme da tutti. Ma nel designare questi pericoli come il nemico, cademmo nella trappola, sulla quale abbiamo già messo in guardia i lettori, vale a dire di confondere i sintomi con le cause. Tutti questi pericoli sono causati dall'intervento umano nei processi naturali, ed è solo attraverso il cambiamento dell'atteggiamento e del comportamento che possono essere superati. Il vero nemico, allora, è l'umanità stessa ".
Intanto guardavate l'elenco dei membri dell'elite del Club di Roma. Siete venuti a conoscenza dell' eugenetica e dei legami di Rockefeller con l'Istituto Kaiser Willhelm e della pratica della cripto-eugenetica e dell'aumento dell'allarmismo per la sovrappopolazione e della richiesta elitista dopo elitista dopo elitista di abbattere la popolazione mondiale.
Ancora, volevate credere che ci fosse qualche fondamento di verità, qualcosa di reale e valido nell'ossessione nata da una singola mente di questo movimento ambientalista dirottato dal riscaldamento globale di origine antropica.
Ora, nel novembre del 2009, le ultime tracce di dubbio sono stati rimosse.
La scorsa settimana, un insider ha fatto trapelare documenti interni ed e-mail del Climate Research Unit dell'East Anglia University ed ha portato alla luce le bugie, la manipolazione e la frode dietro gli studi che apparentemente dimostrano 0,6 gradi Celsius di aumento della temperatura negli ultimi 130 anni. E il grafico detto hockey-stick che apparentemente mostra un riscaldamento senza precedenti nei nostri tempi. E il monito allarmistico del disastro climatico imminente.
Ora sappiamo che questi scienziati hanno scritto Note di programmazione nel codice sorgente dei loro modelli climatici ammettendo che i risultati erano stati aggiustati manualmente.
Ora sappiamo che i valori erano stati aggiustati per conformarsi ai desideri dei ricercatori, non erano reali.
Ora sappiamo che il processo di revisione tra pari era stato corrotto per escludere quegli scienziati il cui lavoro criticava le loro conclusioni.
Ora sappiamo che questi scienziati privatamente hanno espresso dei dubbi sulla scienza che pubblicamente affermavano fosse stabilita.
Ora sappiamo, in breve, che stavano mentendo.
Non si sa ancora quale sarà la ricaduta di tutto questo, ma è evidente che le ricadute saranno notevoli.
Con questa crisi, tuttavia, questa è un'opportunità. L'opportunità di riprendere il movimento che i finanziatori hanno rubato al popolo.
Insieme, possiamo chiedere un'indagine completa e indipendente su tutti i ricercatori il cui lavoro è stato implicato nella vicenda CRU.
Possiamo chiedere una rivalutazione completa di tutti questi studi le cui conclusioni sono state messe in discussione da queste rivelazioni, e di tutte le politiche pubbliche basate su tali studi.
Siamo in grado di stabilire nuovi standard di trasparenza per gli scienziati il cui lavoro è finanziato dal contribuente e / o il cui lavoro ha effetti di ordine pubblico, in modo che ognuno di noi abbia la piena parità di accesso ai dati utilizzati per calcolare i risultati e a tutto il codice sorgente utilizzato in tutti i programmi utilizzati per modellare i dati.
In altre parole, possiamo riaffermare che nessuna causa è meritevole di sostegno se richiede l'inganno per la sua propagazione.
Ma ancora più importante, siamo in grado di riappropriarci del movimento ambientalista.
Possiamo cominciare a concentrarci sui seri interrogativi che bisogna porsi sulla tecnologia genetica in base alla quale organismi ibridi e nuovi, proteine mai viste prima vengono immessi nella biosfera in un gigantesco esperimento incontrollato che minaccia il genoma della vita su questo pianeta.
Siamo in grado di esaminare le cause ambientali dell'esplosione del cancro e la sconcertante diminuzione della fecondità negli ultimi 50 anni, compreso il BPA nelle nostre materie plastiche e gli anti-androgeni in acqua.
Possiamo esaminare le agenzie di regolamentazione, che sono controllate dalla stessa società che presumibilmente stanno controllando.
Possiamo cominciare concentrandoci sull' uranio impoverito e sullo scarico di rifiuti tossici nei fiumi e su tutte le problematiche che una volta sapevamo che facevano parte del mandato del vero movimento ambientalista.
Oppure possiamo, come hanno fatto alcuni, scendere in piccole politiche di parte. Si può decidere che le bugie vanno bene, se sono a nostro vantaggio. Possiamo difendere le azioni riprovevoli dei ricercatori CRU e stringerci attorno alla bandiera verde che da tempo è stata catturata dal nemico.
Si tratta di una decisione semplice da prendere, ma dobbiamo fare in fretta, prima che l'argomento sfumi e l'ambientalismo possa tornare al business as usual.
Siamo a un crocevia della storia. E non dobbiamo fare errori, la storia sarà il giudice ultimo delle nostre azioni. Quindi vi lascio oggi con una semplice domanda: Da quale parte della storia volete stare?
Per il Corbett Report, quì James Corbett nel Giappone occidentale.

Traduzione a cura di Dakota Jones
Fonte della Trascrizione in Inglese: http://www.infowars.com/

Islanda: Storia di una Rivoluzione Pacifica


Questo articolo che vado a riportare, è dedicato al popolo Greco, a cui va tutta la nostra solidarietà.
Un popolo che tutt'ora paga la colpa di mafiosi che giocano sulla pelle dei cittadini per ricavare ulteriori guadagni.
I Greci, un tempo leader incontrastati della storia, oggi si ritrovano ad essere picchiati dalle loro stesse guardie.
La crisi greca è un'altra di quelle cose che guardiamo dalla finestra, un pò inebetiti chiedendoci se anche noi presto saremo in piazza a lottare per il pane.
Riporto questo articolo tratto da gqitalia, nel quale si racconta una delle più importanti rivoluzioni pacifiche viste in Europa.
Racconta di come in breve tempo gli Islandesi si siano tolti dal Fondo Monetario Europeo ed abbiano incriminato i Veri fautori della loro Crisi Nazionale.
Ripensandoci bene, ad oggi gli Stati che patiscono meno la crisi in Europa, sono proprio quelli che non hanno venduto la loro moneta per l'Euro, alludo a Gran Bretagna e Svizzera naturalmente.
Ai tempi della vecchia Lira in effetti pagavamo le tasse solamente ad una Nazione, oggi quanto ci costa mantenere due Parlamenti con i rispettivi parlamentari?
Forse in tempi di grandi manovre un bel pensierino potremmo farlo anche noi...
Lascio a Voi le vostre valutazioni.



"Una rivolta è in fondo il linguaggio di chi non viene ascoltato". (Martin Luther King )


Questa è la storia di una rivoluzione. Sta accadendo ora, in Europa: anche se ad accorgersene sono pochissimi. Forse perché a farle da sfondo è l'Islanda: 103 mila chilometri quadrati, 320mila abitanti, una capitale grande come Reggio Emilia, cognomi impossibili. Eppure di rivoluzione si tratta: governo costretto alle dimissioni, banche nazionalizzate, banchieri arrestati, democrazia popolare. Roba pericolosa, penserà qualcuno. Forse, ma bisognerebbe capire per chi: non per gli islandesi, che così hanno salvato il loro Paese dalla crisi economica (nella quale l'Italia, ad esempio, resta impantanata), e lo stanno trasformando in un esperimento senza precedenti. Vale la pena dare un'occhiata, a una rivoluzione così. Ecco la sua storia.
Tutto inizia nel 2001. È allora che il governo islandese inizia a privatizzare il settore bancario. La mossa avrà la sua conclusione due anni dopo, nel 2003. Le tre banche principali - Landbanki, Kapthing e Glitnir - offrono alti interessi attraverso un programma chiamato IceSave. I soldi iniziano ad arrivare, specie da Inghilterra e Olanda. Tra il 2002 e il 2008 la Borsa islandese sale del 900 per cento, il prodotto interno lordo cresce del 5.5 per cento l'anno. Ritmi impossibili per qualunque altro Paese occidentale. Ma crescono anche i debiti delle banche: nel 2007 arrivano al 900% del PIL islandese. Ed è a quel punto, nel 2008, che il geyser della crisi economica esplode.
Gli investitori stranieri chiedono alle banche di rendere loro il denaro. Il governo non ha le risorse per salvarle, e così finiscono in bancarotta. Per gli islandesi si tratta di un danno enorme: il governo è costretto a nazionalizzare gli istituti bancari e a promettere che i cittadini non perderanno gli investimenti in denaro, ma il valore di molti altri investimenti crolla in modo verticale. La Corona perde l'85% del suo valore di cambio sull'euro. Alla fine del 2008 il governo islandese si dichiara insolvente: è la bancarotta.
Il governo fa quello che tutti i governi fanno, in casi simili: bussa alle porte del fondo Monetario Internazionale e dell'Unione Europea. Sembra l'unico modo per ripagare i debiti nei confronti degli investitori inglesi e olandesi, che ammontano a 3,5 miliardi di euro. È il gennaio 2009. Per trovare i soldi necessari, il governo studia un prelievo straordinario: ogni cittadino islandese avrebbe dovuto pagare 100 euro al mese per 15 anni, a un tasso di interesse del 5,5% annuo. Il tutto per pagare danni creati da altri: un debito contratto da banche private nei confronti di altri soggetti privati. È a quel punto che la rabbia popolare esplode. A guidarla, in qualche modo, ci sono un cantante e una donna, lesbica. E' l'alba della rivoluzione islandese.
Di fronte alla situazione economica del Paese, i cittadini islandesi scendono in piazza. Non per un giorno solo: per 14 settimane. Cingono d'assedio il Parlamento, chiedendo una sola cosa: le dimissioni di un governo, quello conservatore di Geir Haarde, dimostratosi incapace di gestire la crisi e di sbattere la porta in faccia agli organismi internazionali che chiedevano a tutti i cittadini di pagare le colpe di altri.
Il culmine della protesta si raggiunge il 20 gennaio 2009. Mentre a Washington l'America saluta l'entrata in carica del suo primo presidente di colore, a Reykjavik la popolazione segue le parole di un altro uomo dal carisma innegabile. Si chiama Hordur Torfason, di mestiere fa il cantautore. È gay, è stato il fondatore del primo movimento per i diritti degli omosessuali in Islanda. Era il '78, e le sue canzoni non erano viste con favore. Troppo estreme. D'altronde Torfason sostiene che "il compito di un artista è criticare l'autorità". Torfason mette in scena una protesta solitaria nell'ottobre 2008, all'esplodere della crisi. Nel corso delle settimane diventa un punto di riferimento. Il 20 gennaio è in piazza mentre la popolazione si scontra con la polizia, ed è ancora lì anche il 21, e il 22. Il 23 gennaio il premier annuncia le dimissioni. La gente non se ne va: non ancora. Chiede elezioni immediate e una scena politica nuova. Il 26 gennaio Haarde se ne va. Il 1 febbraio l'Islanda ha una nuova premier. E anche questa è una rivoluzione.
Il nuovo primo ministro si chiama Johanna Sigurdadottir, ha 58 anni. È la prima donna premier dell'Islanda, e la prima omosessuale al mondo a diventare primo ministro. A metà degli ani '90, quando non venne eletta alla guida del suo partito, urlò: "Minn timi mun koma!", "Verrà il mio momento". Quelle parole sono entrate nell'uso comune, in Islanda. E Johanna ha visto realizzarsi la sua profezia.
Il suo primo passo è di indire le elezioni: le vince. Il secondo è di confermare la volontà dell'Islanda di pagare i debiti a Olanda e Inghilterra. Il parlamento dà vita a una norma che contiene una supertassa. È il febbraio 2010 quando il presidente Grimsson si rifiuta di ratificarla, ascolta la voce della piazza e indice un referendum sulla tassa. La pressione sull'Islanda è alle stelle. Olanda e Inghilterra minacciano di isolare l'Islanda, se sceglierà di non ripagare i debiti. Il fondo Monetario lega alla decisione il versamento degli aiuti. "Ci dissero che se non avessimo accettato le condizioni della comunità internazionale saremmo diventati la Cuba del Nord", ricorda Grimsson. "Ma se le avessimo accettate saremmo diventati la Haiti del Nord".
Il referendum si tiene a marzo 2010: il 93% dei votanti decide di rischiare di diventare la Cuba del Nord. Il Fondo Monetario congela immediatamente gli aiuti. Il governo risponde mettendo sotto inchiesta i banchieri e i top manager responsabili della crisi finanziaria. L'Interpol emette un mandato di arresto internazionale per l'ex presidente della banca Kaupthing, Einarsson, mentre altri banchieri implicati nel crac fuggono dal Paese. Può essere l'inizio della fine dell'Islanda, vista come un paria a livello internazionale e alle prese con una rivolta continua. È l'inizio della rinascita.
L'Islanda aveva deciso di imboccare una strada strettissima: non ripagare i debiti delle banche (private) nei confronti di investitori stranieri; rinunciare agli aiuti del Fondo Monetario Internazionale, vincolati a politiche economiche liberiste; dare la caccia ai banchieri responsabili della crisi, per cercare di avere giustizia. Ma il colpo d'ali arriva con due altre decisioni: quella di fidarsi più dei semplici cittadini che dei politici di professione, e quella di aumentare le libertà, quando il timore avrebbe potuto spingere in direzione ostinata e contraria.
A novembre 2010 il governo decide di modificare la Costituzione: la ricostruzione deve partire dalle fondamenta. Quella in vigore era una carta copiata letteralmente da quella danese (unica differenza: nella Costituzione danese si parla di "re", in quella islandese di "presidente"). Per riscriverla il popolo sceglie, con delle elezioni, 25 cittadini, dotati di tre requisiti fondamentali: essere maggiorenni, avere raccolto le firme di 30 cittadini a supporto della loro candidatura, non avere tessere di partito. Niente politici, si riparte dai semplici cittadini.
I lavori di questa assemblea costituente partono nel febbraio 2011. Sono trasmessi in streaming su internet: e i 25 raccolgono i suggerimenti e le richieste che arrivano attraverso il web da ogni parte del Paese, specie dalle diverse assemblee popolari che hanno luogo in tutta l'Islanda.  Una volta terminata, la Magna Charta dovrà essere approvata dall'attuale Parlamento e da quello che uscirà dalle prossime elezioni legislative.
L'altro colpo d'ala è quello di creare l'Icelandic Modern Media Initiative. È un progetto semplice: la trasformazione dell'Islanda nel paradiso della libera informazione. L'isola si dota di una cornice legale che protegge il giornalismo investigativo, l'identità delle fonti, gli internet provider che divulgano news. La speranza, la convinzione, è che solo un'informazione completamente libera, e il più possibile diffusa, possa fare da anticorpo contro l'ingiustizia. E aiutare, se non a fermare le crisi economiche, a vederle arrivare, ad attribuire responsabilità, a cercare giustizia.
Oggi l'Islanda ha una disoccupazione al 9%. Altissima per gli standard dell'isola, che prima della crisi erano dell'1%. Ma i segni della rinascita sono ovunque. Gli islandesi hanno sfidato i giganti della finanza, il proprio governo, gli organismi internazionali, i ricatti di altri Paesi. Hanno affidato le loro sorti a 25 cittadini comuni, a una costituzione scritta su internet, a un'informazione senza vincoli. Stanno rinascendo. Provate a non chiamarla rivoluzione.
Davide Casati




Prosegui leggendo: Islanda libera dal Fondo Europeo

Controllo della Mente o Viral Marketing?


Gia' da qualche mese nelle sale cinematografiche e su qualche sito internet girava questo video spot o choc, il quale invitava gli spettatori a lanciarsi in una nuova avventura mentale nella quale un semplice impianto inserito nel cervello gli avrebbe fatto rivivere un'esperienza virtuale (in questo caso una vacanza) come se l'avesse vissuta realmente. Lo slogan e'
"Cerchiamo volontari per test rivoluzionario di impianto di ricordi". A questo punto siamo andati a verificare il test e leggendo nelle clausole in piccolo abbiamo notato che accettando il consenso si autorizza automaticamente il trattamento TOTALE dei dati personali e delle informazioni inserite su facebook (quindi la totalita' dei cazzi nostri e non solo), e nel caso in cui il test andasse a buon fine tutti i diritti pubblicitari riguardanti il vincitore sarebbero stati di proprieta' dell'Atrapalo, la ditta promotrice di questo esperimento.
Per alcuni questa notizia sembrera' semplice progresso tecnologico, per altri l'inizio di un controllo sperimentale delle menti per altri ancora uno spettacolare Viral marketing, che e' spiegato da Wikipedia: il marketing virale è un tipo di marketing non convenzionale che sfrutta la capacità comunicativa di pochi soggetti interessati per trasmettere il messaggio ad un numero elevato di utenti finali. La modalità di diffusione del messaggio segue un profilo tipico che presenta un andamento esponenziale.

Purtroppo dietro questa ditta non si sa bene chi tiri i fili, si sa che la sede commerciale e' a Barcellona, la principale fonte di guadagno e' uno sconosciuto sito di viaggi (forse in cerca di notorieta') e che non sdegna la vendita di pubblicita',  inoltre non esiste una legge che vieti questi impianti e se tutto questo fosse vero il tipo di impianto sperimentato e quindi commercializzato potrebbe veramente diventare un'arma utile a chi ha un secondo fine...
Quale sara' il prossimo futuro? La pubblicita' sara' inviata direttamente nella mente? Messaggi con fini distuttivi, religiosi, politici, militari, economici, commerciali, ecc...?

Per ora tutto quello che si sa' e' che son state selezionate 3 ragazze, vincitrici di questi test selettivi.
Probabilmente tutto si chiudera' in una bolla di sapone oppure rinnoveranno il messaggio pubblicitario in qualche altro sorprendente modo; forse inviandolo direttamente nella nostra testa!
Vi riproponiamo il video in modo che voi possiate trarre le vostre conclusioni.



E' possibile che film come Johnny mnemonic, Matrix, Atto di forza o Inception, dove l'impianto celebrale e' la normalita', tra breve non siano soltanto frutto della mente troppo fantasiosa di un regista ma pura realta'. 





Fukushima, una storia di veleni e corruzione

Il retroscena politico-giudiziario dell'emergenza nucleare: il vecchio governatore contrario al progetto “pluthermal” fu messo fuori gioco nel 2006


Nell'agosto del 2008, l'ex governatore di Fukushima, Eisaku Sato, è condannato per corruzione a tre anni, poi ridotti a due nel 2009, con sospensione per quattro anni dai pubblici uffici. Per il politico settantenne sembrerebbe la definitiva uscita di scena, anche se siamo in una gerontocrazia come il Giappone.
È stato pescato con le mani nel sacco in uno scandalo di quelli che si vedono a ogni latitudine.
O almeno così sembra. Ma oggi, molti giapponesi si chiedono se tra quella condanna e l'emergenza nucleare di Fukushima non ci sia qualche nesso.


Il terzo reattore della centrale di Fukushima-Daiichi, quello che sta dando tanti problemi, è alimentato a mixed oxide fuel (Mox), una miscela di uranio (in tutte le sue forme) e plutonio, alternativa al combustibile di solo uranio. I giapponesi hanno coniato un termine (in inglese) per descrivere i progetti di reattori alimentati a Mox: plu-thermal, che sta per l'utilizzo di plutonio ('plu') nelle centrali commerciali ('thermal').
Il vantaggio fondamentale del Mox è che consente di riciclare il plutonio dismesso dalle armi nucleari - che altrimenti resterebbe in circolazione come spazzatura di difficile smaltimento - e riduce la percentuale (e quindi la domanda) di uranio necessario alla produzione di energia.
Tuttavia si tratta di una sostanza molto tossica. Secondo il politico ambientalista americano Ralph Nader (citato dal Fatto Quotidiano), "la sostanza più tossica conosciuta dall'uomo". I detrattori sostengono anche che, lungi dal far piazza pulita del plutonio in circolazione, i progetti pluthermal ne incentivano invece la produzione.


Nel 1999, scoppia uno scandalo internazionale che coinvolge la British Nuclear Fuels plc (Bnfl) una compagnia del governo britannico che tratta il ciclo del Mox. Tra i vari clienti della Bnfl c'è proprio il Giappone. I britannici comprano da Tokyo il plutonio di smaltimento, lo lavorano e glielo restituiscono in forma di combustibile riutilizzabile.
Ma in quei giorni il business non appare più così redditizio, perché i prezzi dell'uranio sono calati e quindi il Mox non sembra più un'alternativa così competitiva. Alcuni funzionari della Bnfl pensano allora di risparmiare sui controlli e consegnano al Giappone del combustibile accompagnato da documenti di sicurezza falsificati.
Quando la verità emerge, comincia la lotta del governatore Eisaku Sato contro il Mox che alimenta anche Fukushima: non solo non è sicuro, ma non è più neanche così economico.
Ciò nonostante, Tokyo decide che entro il 2010 almeno sedici centrali dovranno essere alimentate con la miscela.


Nel maggio del 2001, il piano pluthermal incoraggiato dal governo sbatte però contro un referendum indetto dal villaggio di Kariwa, nella prefettura di Niigata.
Poi è l'anziano governatore di Fukushima a prendere le redini dell'opposizione: entra in conflitto con i burocrati della Commissione per l'energia atomica del Giappone e con i funzionari della Tepco, l'azienda di servizio pubblico che gestisce la centrale di Fukushima.
In un'intervista del giugno 2002 al Fukushima Minpo, arriva a dire: "La Commissione per l'energia atomica del governo nazionale è una scatola nera e non fa alcun controllo [...] il governo non ascolta le autorità regionali".
In un incontro con i sindaci della prefettura sbotta: "Se non c'è un piano per il riciclo, ci sarà sempre più plutonio in circolazione". E ancora: "Nel mercato senza regole dell'energia, se si implementa il costosissimo programma pluthermal, si arriva poi ai licenziamenti dei lavoratori".
Infine, il 26 settembre dello stesso anno blocca il progetto pluthermal per la centrale di Fukushima.


A inizio settembre 2006 Eisaku Sato vince il suo quinto mandato di quattro anni. Ha corso da indipendente, appoggiato dal Partito liberaldemocratico, il Nuovo komeito e il Partito socialdemocratico. Pochi giorni dopo scoppia lo scandalo che coinvolge suo fratello minore e quindi anche lui. Yuji Sato ha ricevuto un prestito di quattrocento milioni dalla Maeda Corp, una compagnia di Tokyo, che nell'agosto del 2000 si è aggiudicata un appalto da 20.6 miliardi di yen per la costruzione di una diga nella prefettura. Secondo l'accusa, il fratello governatore sarebbe implicato nell'affare.
Eisaku Sato si dimette a fine settembre: "Intendo assumermi la responsabilità morale e ripristinare al più presto la fiducia dei cittadini nell'amministrazione della prefettura". Continuerà a dichiararsi innocente.
Ad agosto 2008, come si diceva, arriva la prima condanna; nel 2009 la seconda. Il Mox entra a Fukushima.


Oggi, molti giapponesi si chiedono se il caso di corruzione che ha messo fuori gioco Sato non sia stato abilmente costruito per far fuori il maggiore ostacolo all'adozione della famigerata miscela. L'ennesimo sospetto rafforzato da silenzi e reticenze del governo e della Tepco.
Per inciso, le "moderne" centrali di terza generazione che dovrebbero comparire in Italia sono proprio alimentate a Mox.


Gabriele Battaglia