Cacciato da due ospedali, muore un bimbo. I genitori si uccidono...



La coppia non ha retto alla disperazione per la morte del loro figlio di sette anni, respinto da due ospedali di New Delhi.
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E' una storia che lascia senza fiato per quanto è terribile, se solo ci si riesce a immedesimare per un attimo nello strazio dei genitori.
Non potevano sopportare la perdita del loro bambino, così hanno deciso di farla finita. I genitori del piccolo Avinash, il ragazzino indiano di sette anni morto a New Delhi di febbre dengue dopo essere stato respinto da due ospedali, si sono tolti la vita per la disperazione lanciandosi dal terzo piano di un edificio nel sud della capitale. Il bambino è morto l'8 settembre scorso dopo che i genitori si erano visti rifiutare il ricovero in due importanti ospedali privati cittadini, il Moolchad Medicity e il Max Saket, ed era quindi stato ricoverato al Batra Hospital in condizioni ormai disperate. Il giorno dopo aver cremato il piccolo il padre Laxmichandra e la madre Babita si sono legati insieme i polsi e si sono gettati nel vuoto lasciando una breve nota: "Non è colpa di nessuno. E' una nostra decisione"....
(Globalist)

Fonte: ninofezza

MA QUALE CELIACHIA – Chiamatela Roundup


MA QUALE CELIACHIA – Chiamatela Roundup +Video


MA QUALE CELIACHIA - Chiamatela Roundup
SONO ALMENO 12 MILA ANNI CHE L’UMANITA’ MEDITERRANEA SI NUTRE DI FRUMENTO SENZA PROBLEMI. E di colpo, ecco sorgere la “intolleranza al glutine”, con relativo ipersviluppo degli affari relativi a questa “malattia”: paste senza glutine a 5 volte il prezzo delle normali, prodotti bio dove l’etichetta dichiara “senza glutine”, cibi spesso a carico del servizio sanitario nazionale… Il glutine è un veleno? Si deve sospettare del grano geneticamente modificato? Per una volta no. Anche se c’entra il Roundup, il diserbante della Monsanto, specifiamente concepito dalla multinazionale per essere usato in abbondanza coi suoi semi geneticamente modificati (modificati appunto per resistere al diserbante, che uccide tutte le erbacce) . Come ha scoperto la dottoressa Stephanie Seneff, ricercatrice senior al Massachusetts Institute of Technology (MIT), da una quindicina d’anni gli agricoltori americani, nelle loro vastissime estensioni, hanno preso l’abitudine di irrorarle di Roundup immediatamente prima della mietitura.In questo caso, approfittano delle qualità disseccanti del prodotto, con il suo agente attivo, glisofato. Hanno scoperto che, spargendo tonnellate di glisofato, la resa per ettaro aumenta. Perché? Perchè, prova a spiegare la Seneff, “le brattee protettive si frantumano, la spiga muore, e con l’ultimo sospiro, rilascia i chicchi” che altrimenti resterebbero attaccati nel resti della spiga ancor umida. L’aumento di resa non è enorme, ma è importante per coltivatori stra-indebitati con le banche. Inoltre, il disseccamento facilita la battitura condotta coi giganteschi macchinari industriali (spesso affittati, quindi se li si può usare per meno giorni, si risparmia) e consente di anticipare l’operazione di mietitura. “Un campo di grano matura di solito in modo ineguale; una irrorata di Roundup consente di disseccare ugualmente le zone ancor verdi e quelle già gialle, e procedere alla mietitura nello stesso tempo”, ha spiegato un coltivatore di nome Keith Lewis. E’ dunque l’estrema manifestazione della industrializzazione totale dell’agricoltura americana, nel quadro della violenza generale sulla natura

Finanziamo i petrolieri per morire d’inquinamento



Impennata di sussidi pubblici alle fonti fossili. Oltre 5,3 trilioni di dollari l’anno, secondo le stime del Fmi. Questo nonostante gli accordi del G20 per cancellare gli aiuti di Stato ai petrolieri. L’Oms avverte: milioni di morti per inquinamento. Un grosso favore a Big Oil sulla nostra pelle

Petrolio, gas e carbone finanziato con i soldi pubblici. Mentre l’inquinamento sale. Coinvolte principalmente le economie del G20, Italia compresa. Un’impennata inarrestabile, nonostante gli accordi presi per la cancellazione degli aiuti di Stato alle grandi compagnie petrolifere. Conti alla mano il Fondo monetario internazionale (Fmi) rivela che a livello globale spendiamo qualcosa come 5,3 trilioni di dollari per sostenere l’estrazione e la produzione di carburanti fossili. Ovvero il 6,5 per cento del Pil mondiale. E questo ancora prima di aver fatto benzina all’automobile, usato il gas per scaldarci e per cucinare. Una tassa che i governi del mondo avevano promesso di abolire.


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Un grosso favore a Big Oil. Ma sulla nostra pelle, avverte l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms). L’inquinamento, infatti, è una mietitrice implacabile, che fa 8 milioni di morti all’anno su tutto il pianeta. Per non parlare delle decine di milioni di malati legati alle emissioni di CO2 nell’atmosfera. A conti fatti gli aiuti alle fossili ci costano oltre i 1000 dollari a testa all’anno stimati dall’organizzazione di Bretton Woods. I più generosi con i petrolieri, spiega ancora il Fmi, sono Cina e Stati Uniti in termini di capitale stanziato; l’Ucraina ha il primato in percentuale sul Pil; mentre il Qatar detiene quello di sussidi pro capite.

INDIA – Denuncia la Nestlè piombo negli spaghetti

INDIA - Denuncia la Nesltè piombo negli spaghetti
ALCUNE SETTIMANE FA ERANO STATI TROVATI QUANTITATIVI DI PIOMBO IN QUANTITA’ di 17 parti per milione. 
Alcune settimane fa in India è esploso il caso degli spaghetti Maggi. Durante un controllo effettuato nello stato dell’Uttar Pradesh era stata riscontrata una presenza di glutammato monosodico, un successivo test aveva evidenziato una presenza di piombo in una quantità di 17 parti per milione contro le 0,001 parti per milione ammesse dalla legge indiana. La scoperta aveva portato al ritiro dal mercato del prodotto e addirittura a una citazione in causa della dirigenza e degli attori protagonisti delle pubblicità del prodotto, da parte di una corte dello Stato del Bihar. Ora, la storia sembra prendere

MONSANTO IN SICILIA – Porta i suoi pomodori ogm spacciandoli con il “porta a porta”


MONSANTO IN SICILIA – Porta i suoi pomodori ogm spacciandoli con il “porta a porta”


Tomato Roadshow 2015IN SICILIA PARTE OGGI IL “ROAD SHOW POMODORO” DI MONSANTO, al fine di spacciare i propri orrori OGM.Consiste in una dimostrazione porta a porta dei pomodori. Innanzitutto sapete perchè esiste un pomodoro che chiamiamo “Pachino”?Perchè prende il nome dalla sua città di origine. Il pomodoro di Pachino è un IGP, indicazione geografica protetta, il cui disciplinare indica come zona di coltivazione il territorio comunale di Pachino e Portopalo di Capo Passero, oltre a parte dei territori comunali di Noto (SR) ed Ispica (RG): esattamente in questa zona parte oggi e continuerà per i prossimi dieci giorni il “Road Show Pomodoro” di Monsanto, al fine di spacciare anche in questa zona i propri orrori OGM. Il nostro appello agli agricoltori e ai siciliani tutti è semplice e diretto: disertate l’evento come la peste. In particolare questo tour, una sorta di cavallo di Troia ambulante per irretire gente inconsapevole nelle proprie trappole commerciali, toccherà le principali aree siciliane di coltivazione del pomodoro da mensa: Acate, Spinasanta, Vittoria, Licata, Scoglitti, Santa Croce Camerina, Ispica, Donnalucata e Pachino per l’appunto.
 Seminis® e De RuiterIL TOUR CONSISTE IN UNA DIMOSTRAZIONE PORTA A PORTA DEI LORO PRODOTTI Seminis® e De Ruiter™, con tanto di “serra mobile” per dimostrazioni sul campo: in sostanza siamo a livello dei venditori di bevande miracolose che, come in alcuni western, andavano in giro con il loro carrettino a piazzare la mercanzia. Sul loro sito, a promozione dell’iniziativa, si legge che “Monsanto invita tutti in occasione del tour per condividere le novità e per un confronto costruttivo finalizzato a rendere il business locale sempre più competitivo“: balle, boicottateli. L’unico business è il loro, ed è

Maldive, l'inferno in paradiso


Maldive, l'inferno in paradiso
 
nella foto: l'isola di Thilafushi vista dal mare. Coprendo la laguna con strati di sabbia e rifiuti, nel 1991 è stata creata l'isola discarica più grande al mondo.
La discarica di Thilafushi, ad appena sette chilometri da Male, riceve oltre 300 tonnellate di rifiuti al giorno. Quasi tutti vengono semplicemente bruciati a cielo aperto, provocando gravi danni ambientali
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Gli atolli e le barriere coralline sono già visibili dal finestrino mentre l'aereo si abbassa di quota, sorvolando i resort di lusso con le loro lagune blu. A bordo si sentono già i sospiri dei passeggeri, estasiati di fronte a tanta bellezza. 

Poi, dal finestrino del lato destro si nota un’isola che fuma; una colonna di fumo alta, densa e di colore giallo che stona decisamente con il resto del paesaggio. “Cos'è quello?”, domanda una passeggera. “Non so", risponde l'uomo al suo fianco. “Non importa, tra poco saremo in paradiso".

La Repubblica delle Maldive è situata nel cuore dell’Oceano Indiano ed è composta da 1192 isole di bellezza stupefacente. Ogni anno viene visitata da circa un milione di turisti provenienti da tutto il mondo. Nessuno rimane deluso. Appena atterrati all’aeroporto di Male i turisti vengono accolti, scortati al pontile e trasportati in barca da equipaggi in uniformi di lino bianco fino alle loro destinazioni finali, i resort.

Ma prima di salire al bordo della barca per raggiungere la propria fetta di paradiso, basta girare la testa per vedere nuovamente quell’inquietante colonna di fumo denso, all'orizzonte, si, ma neanche poi così lontana.

Di che si tratta? Che cos'è questo imbarazzante e sporco segreto del quale si evita di parlare, che si tende a ignorare per non rovinarsi la vacanza?

Il suo nome è Thilafushi, ed è l’isola-discarica artificiale più grande al mondo; brucia rifiuti per 24 ore al giorno, sette giorni su sette, creando una colonna di fumo tossico visibile a 70 chilometri di distanza. 

I nostri rifiuti tech uccidono in Ghana



Un cimitero di plastica e scheletri di elettrodomestici abbandonati dal ricco Occidente diventano opportunità di lavoro per molti africani. Ma il costo per la salute è alto: molti giovani si ammalano di cancro. Scarti per 50 milioni di tonnellate all'anno. Mancano leggi contro il commercio illecito
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Un fumo denso e irritante invade il dedalo di stradine fangose che ospitano centinaia di baracche e piccoli negozi di Accra, la popolosa capitale del Ghana. Brucia la gola e la pelle di chi è costretto a respirarlo ogni giorno. È il fumo che emana dal groviglio di cavi elettrici bruciati da cui si ricava il rame. Vecchi televisori, smartphone rottamati, frigoriferi, ferri da stiro, computer, forni, condizionatori, lampade, tostapane e ogni genere di rifiuti compongono la montagna di spazzatura elettronica di Agbogbloshie, quartiere popolare di Accra. Una città nella città, dove migliaia di giovani danno nuova vita agli elettrodomestici che il ricco Occidente abbandona. Ma più spesso si ammalano e muoiono di cancro perché vivono tra l’immondizia tossica.

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“Quello che una volta era un paesaggio verde e pieno di frutti è ormai diventato un cimitero di plastica e scheletri di elettrodomestici abbandonati”, dice Mike Anane, attivista ambientale. Accra è diventata la più grande discarica di rifiuti tecnologici al mondo. Li chiamano e-waste; secondo l’Onu se ne contano tra i quaranta e i cinquanta milioni di tonnellate l’anno. Inondano letteralmente intere porzioni della città africana e non solo. I maggiori produttori di questa spazzatura sono Stati Uniti ed Europa. Mentre la Cina ne produce sempre di più. Tutti insieme hanno un peso complessivo pari a sette volte quello delle grandi piramidi di Giza in Egitto. E solo una piccola parte di essi – circa il 15,5% nel 2014 – viene riciclata con metodi che sono efficaci e sicuri per l’ambiente.

In Ghana si sta sviluppando un gigantesco mercato dell’hi tech di seconda mano. Si tratta,

Schiavi e schiavisti di questa Italia ipocrita...




di Salvo Ardizzone
Il lavoro nero nei lavori stagionali agricoli è pratica diffusa in diverse province italiane; sia che si tratti della raccolta di pomodori nel foggiano o degli agrumi in Calabria non fa differenza: è uno sconcio endemico, aggravato all’inverosimile dall’offerta di sempre nuove braccia dei clandestini e dei richiedenti asilo, in cerca di un qualsiasi lavoro. È una pacchia per i “caporali”, quegli sciacalli che s’accordano con i produttori per la raccolta, e procurano la gente per farla sfruttandola oltre ogni dire.
Ma c’è da ridere amaro a chiamarlo lavoro: nelle campagne del Tavoliere arrivano a sgobbare sotto il sole fino a 12 ore, pagati ad 1 euro (!) per ogni quintale di pomodori raccolti. E non è finita: i “caporali” pretendono da ognuno una percentuale di 50 centesimi per ogni tre quintali di raccolto, 5 euro per il trasporto in campagna, 1 euro per ogni bottiglia d’acqua e così via, compresi i più ignobili abusi, che per le donne sono quasi la regola.
E quella gente, soprattutto gli extracomunitari, è costretta a vivere in miserabili bidonville, come quella di Rignano Garganico, un agglomerato di baracche, tendoni e teli di plastica privo di tutto, che si gonfia fino a contenere migliaia di persone durante la stagione dei lavori, per svuotarsi subito dopo lasciando un tappeto d’immondizia.
No, non è lavoro, è schiavitù. Ma è una schiavitù che conviene a troppi: alla grande distribuzione, che schiaccia i

BUONISTI UN CAZZO. E VIVA L’ITALIA



Un mese fa, o poco più, l’emergenza migranti è stata gestita dai cittadini milanesi con entusiasmo ed efficienza. La stazione era piena di persone comuni che distribuivano viveri, vestiti, informazioni. Attorno a loro lavoravano alacremente le forze dell’ordine.

Ogni giorno navi della nostra Marina militare salvano vite umane nel Canale di Sicilia. Lo fanno pure ora che la missione Mare Nostrum è diventata Triton, anche sulla spinta di Merkel e C., e teoricamente avrebbe valenza ben poco umanitaria.
Associazioni religiose, laiche, semplici cittadini si incaricano quotidianamente, in una sorta di Resistenza civile, di equilibrare l’Italia orrenda e diffusa che sfrutta i clandestini. Un’Italia trasversale che parte dai campi di pomodori del sud e arriva fino alle Langhe, dove i raccoglitori d’uva sono schiavi ucraini e moldavi.
Siamo un Paese molto migliore di quel che crediamo di essere.
Ma ce ne vergogniamo.
Chiunque dica o anche faccia cose concrete per i più sfortunati viene deriso, tacciato di secondi fini, assimilato ai Buzzi, definito col più rotondo e sgraziato degli aggettivi: buonista.
Beh, buonisti un cazzo.
Buoni, semmai. Non perfetti, non santi, non intangibili. Ma buoni. O, se preferite, migliori. Migliori di chi gorgoglia razzismo più o meno mascherato e cerca sempre un nuovo pusher di palle – giornali, politici, buffoni vari che lucrano sull’intolleranza – con cui giustificare la propria coscienza livorosa.
Gente che magari ciancia di patriottismo, di difesa della bandiera, di identità nazionale. Gente che deve sapere una cosa: proprio quella vergogna ha appena tenuto l’Italia fuori dai libri di Storia.
Perché la Germania avrà certo operato – anche – un calcolo, aprendo ai profughi siriani. Avrà anche spalancato le frontiere perché con un’economia così solida l’impatto può essere retto più facilmente. Avrà anche deciso di ribaltare l’inerzia della propria percezione all’estero dopo essere stata vissuta in giro per il Mondo come la carnefice della Grecia e la punta di diamante della Troika o di chi volete voi.
Fatto sta che ha reagito alla prima vera emergenza nazionale come umilmente mi ero permesso di suggerire al nostro amato Premier  “Accogliamoli tutti”.
E che quella solidità, quell’economia intonsa, quell’orgoglio di popolo, vengono da un Paese che non evade 300 miliardi di tasse l’anno, che distribuisce diritti ai propri cittadini perché sa chiedere i doveri, in cui c’è qualcuno che prende una decisione impopolare sul fronte interno, a forte rischio terrorismo, semplicemente perché la considera inevitabile.
Noi no. Noi titilliamo i ladri, soprattutto quelli della porta accanto, e accettiamo che un Paese largamente corrotto sia ineluttabile. Chiediamo loro il voto anche da sinistra, dando de facto dei babbei a chi si comporta decentemente. Nonostante tutto.
Li deridiamo se siamo di destra. Dicendo che non ci sono i soldi. Quelli dell’Iva che ci teniamo in tasca.
Per questo, su quei libri, ci sarà un poliziotto di Monaco e non un marinaio di Lampedusa. Per questo potevamo fare la Storia, e ancora una volta l’avremo subita. Per colpa di una minoranza vincente che applaudirebbe i migranti solo se sfilassero dentro a una cassa di legno.
Viva l’Italia.

Il FEMA americano e la mega emergenza: tra campi, bare, scorte, mezzi ed altre stranezze



Ormai sono anni che sentiamo parlare di campi di concentramento e detenzione del FEMA (Federal Emergency Management Agency) americano, dell’acquisto di bare a sei posti, di intere aree di cimiteri, di razioni liofilizzate a milioni, mezzi speciali, ecc.. ma di cosa stiamo parlando realmente? Cosa c’è in moto, e a cosa servono tutti questi preparativi ed accantonamenti di materiale, a cosa servono tutti questi campi e l’approvvigionamento di scorte alimentari e di beni di prima necessità, soccorso, sopravvivenza e via discorrendo?
Iniziamo a vedere cosa sono i campi FEMA ed a cosa potrebbero servire. Osservando il panorama visibile in rete, tra siti governativi, di protesta contro i campi, e notizie che arrivano da tutti i fronti (compreso video che ci mostrano queste zone con riprese aeree), si può capire che essenzialmente essi sono di tre tipi e con differente strutturazione. Il primo tipo in effetti, come dicono le voci complottistiche, sembra un campo di prigionia classico, il secondo sembra un campo di protezione e il terzo sembra addirittura un agglomerato urbano indipendente. Scendiamo più in dettaglio e vediamoli da vicino.
I campi del FEMA
Il dislocamento dei campi FEMA sul territorio U.S.A.

Un campo di concentramento o detenzione è composto da alcune linee di