I nostri rifiuti tech uccidono in Ghana



Un cimitero di plastica e scheletri di elettrodomestici abbandonati dal ricco Occidente diventano opportunità di lavoro per molti africani. Ma il costo per la salute è alto: molti giovani si ammalano di cancro. Scarti per 50 milioni di tonnellate all'anno. Mancano leggi contro il commercio illecito
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Un fumo denso e irritante invade il dedalo di stradine fangose che ospitano centinaia di baracche e piccoli negozi di Accra, la popolosa capitale del Ghana. Brucia la gola e la pelle di chi è costretto a respirarlo ogni giorno. È il fumo che emana dal groviglio di cavi elettrici bruciati da cui si ricava il rame. Vecchi televisori, smartphone rottamati, frigoriferi, ferri da stiro, computer, forni, condizionatori, lampade, tostapane e ogni genere di rifiuti compongono la montagna di spazzatura elettronica di Agbogbloshie, quartiere popolare di Accra. Una città nella città, dove migliaia di giovani danno nuova vita agli elettrodomestici che il ricco Occidente abbandona. Ma più spesso si ammalano e muoiono di cancro perché vivono tra l’immondizia tossica.

ghana interna 1

“Quello che una volta era un paesaggio verde e pieno di frutti è ormai diventato un cimitero di plastica e scheletri di elettrodomestici abbandonati”, dice Mike Anane, attivista ambientale. Accra è diventata la più grande discarica di rifiuti tecnologici al mondo. Li chiamano e-waste; secondo l’Onu se ne contano tra i quaranta e i cinquanta milioni di tonnellate l’anno. Inondano letteralmente intere porzioni della città africana e non solo. I maggiori produttori di questa spazzatura sono Stati Uniti ed Europa. Mentre la Cina ne produce sempre di più. Tutti insieme hanno un peso complessivo pari a sette volte quello delle grandi piramidi di Giza in Egitto. E solo una piccola parte di essi – circa il 15,5% nel 2014 – viene riciclata con metodi che sono efficaci e sicuri per l’ambiente.

In Ghana si sta sviluppando un gigantesco mercato dell’hi tech di seconda mano. Si tratta,

Schiavi e schiavisti di questa Italia ipocrita...




di Salvo Ardizzone
Il lavoro nero nei lavori stagionali agricoli è pratica diffusa in diverse province italiane; sia che si tratti della raccolta di pomodori nel foggiano o degli agrumi in Calabria non fa differenza: è uno sconcio endemico, aggravato all’inverosimile dall’offerta di sempre nuove braccia dei clandestini e dei richiedenti asilo, in cerca di un qualsiasi lavoro. È una pacchia per i “caporali”, quegli sciacalli che s’accordano con i produttori per la raccolta, e procurano la gente per farla sfruttandola oltre ogni dire.
Ma c’è da ridere amaro a chiamarlo lavoro: nelle campagne del Tavoliere arrivano a sgobbare sotto il sole fino a 12 ore, pagati ad 1 euro (!) per ogni quintale di pomodori raccolti. E non è finita: i “caporali” pretendono da ognuno una percentuale di 50 centesimi per ogni tre quintali di raccolto, 5 euro per il trasporto in campagna, 1 euro per ogni bottiglia d’acqua e così via, compresi i più ignobili abusi, che per le donne sono quasi la regola.
E quella gente, soprattutto gli extracomunitari, è costretta a vivere in miserabili bidonville, come quella di Rignano Garganico, un agglomerato di baracche, tendoni e teli di plastica privo di tutto, che si gonfia fino a contenere migliaia di persone durante la stagione dei lavori, per svuotarsi subito dopo lasciando un tappeto d’immondizia.
No, non è lavoro, è schiavitù. Ma è una schiavitù che conviene a troppi: alla grande distribuzione, che schiaccia i

BUONISTI UN CAZZO. E VIVA L’ITALIA



Un mese fa, o poco più, l’emergenza migranti è stata gestita dai cittadini milanesi con entusiasmo ed efficienza. La stazione era piena di persone comuni che distribuivano viveri, vestiti, informazioni. Attorno a loro lavoravano alacremente le forze dell’ordine.

Ogni giorno navi della nostra Marina militare salvano vite umane nel Canale di Sicilia. Lo fanno pure ora che la missione Mare Nostrum è diventata Triton, anche sulla spinta di Merkel e C., e teoricamente avrebbe valenza ben poco umanitaria.
Associazioni religiose, laiche, semplici cittadini si incaricano quotidianamente, in una sorta di Resistenza civile, di equilibrare l’Italia orrenda e diffusa che sfrutta i clandestini. Un’Italia trasversale che parte dai campi di pomodori del sud e arriva fino alle Langhe, dove i raccoglitori d’uva sono schiavi ucraini e moldavi.
Siamo un Paese molto migliore di quel che crediamo di essere.
Ma ce ne vergogniamo.
Chiunque dica o anche faccia cose concrete per i più sfortunati viene deriso, tacciato di secondi fini, assimilato ai Buzzi, definito col più rotondo e sgraziato degli aggettivi: buonista.
Beh, buonisti un cazzo.
Buoni, semmai. Non perfetti, non santi, non intangibili. Ma buoni. O, se preferite, migliori. Migliori di chi gorgoglia razzismo più o meno mascherato e cerca sempre un nuovo pusher di palle – giornali, politici, buffoni vari che lucrano sull’intolleranza – con cui giustificare la propria coscienza livorosa.
Gente che magari ciancia di patriottismo, di difesa della bandiera, di identità nazionale. Gente che deve sapere una cosa: proprio quella vergogna ha appena tenuto l’Italia fuori dai libri di Storia.
Perché la Germania avrà certo operato – anche – un calcolo, aprendo ai profughi siriani. Avrà anche spalancato le frontiere perché con un’economia così solida l’impatto può essere retto più facilmente. Avrà anche deciso di ribaltare l’inerzia della propria percezione all’estero dopo essere stata vissuta in giro per il Mondo come la carnefice della Grecia e la punta di diamante della Troika o di chi volete voi.
Fatto sta che ha reagito alla prima vera emergenza nazionale come umilmente mi ero permesso di suggerire al nostro amato Premier  “Accogliamoli tutti”.
E che quella solidità, quell’economia intonsa, quell’orgoglio di popolo, vengono da un Paese che non evade 300 miliardi di tasse l’anno, che distribuisce diritti ai propri cittadini perché sa chiedere i doveri, in cui c’è qualcuno che prende una decisione impopolare sul fronte interno, a forte rischio terrorismo, semplicemente perché la considera inevitabile.
Noi no. Noi titilliamo i ladri, soprattutto quelli della porta accanto, e accettiamo che un Paese largamente corrotto sia ineluttabile. Chiediamo loro il voto anche da sinistra, dando de facto dei babbei a chi si comporta decentemente. Nonostante tutto.
Li deridiamo se siamo di destra. Dicendo che non ci sono i soldi. Quelli dell’Iva che ci teniamo in tasca.
Per questo, su quei libri, ci sarà un poliziotto di Monaco e non un marinaio di Lampedusa. Per questo potevamo fare la Storia, e ancora una volta l’avremo subita. Per colpa di una minoranza vincente che applaudirebbe i migranti solo se sfilassero dentro a una cassa di legno.
Viva l’Italia.

Il FEMA americano e la mega emergenza: tra campi, bare, scorte, mezzi ed altre stranezze



Ormai sono anni che sentiamo parlare di campi di concentramento e detenzione del FEMA (Federal Emergency Management Agency) americano, dell’acquisto di bare a sei posti, di intere aree di cimiteri, di razioni liofilizzate a milioni, mezzi speciali, ecc.. ma di cosa stiamo parlando realmente? Cosa c’è in moto, e a cosa servono tutti questi preparativi ed accantonamenti di materiale, a cosa servono tutti questi campi e l’approvvigionamento di scorte alimentari e di beni di prima necessità, soccorso, sopravvivenza e via discorrendo?
Iniziamo a vedere cosa sono i campi FEMA ed a cosa potrebbero servire. Osservando il panorama visibile in rete, tra siti governativi, di protesta contro i campi, e notizie che arrivano da tutti i fronti (compreso video che ci mostrano queste zone con riprese aeree), si può capire che essenzialmente essi sono di tre tipi e con differente strutturazione. Il primo tipo in effetti, come dicono le voci complottistiche, sembra un campo di prigionia classico, il secondo sembra un campo di protezione e il terzo sembra addirittura un agglomerato urbano indipendente. Scendiamo più in dettaglio e vediamoli da vicino.
I campi del FEMA
Il dislocamento dei campi FEMA sul territorio U.S.A.

Un campo di concentramento o detenzione è composto da alcune linee di

FEMA: Che cosa sta per succedere??? What's happening???





Vi invitiamo a ritagliare un attimo di tempo per guardare attentamente questo video. 
Notare e scoprire meglio le "stranezze"  che stanno accadendo oltre oceano, per poi riflettere e confrontare il tutto con analogie e fatti che hanno segnato una cicatrice indelebile con il  passato europeo.




FEMA - IL GOVERNO SEGRETO

Alcuni lo hanno definito “il governo segreto degli Stati Uniti”. Non viene eletto, non e’ soggetto a scrutinio pubblico, e dispone di un budget quasi segreto nell’ordine dei miliardi di dollari. Questa organizzazione governativa dispone di poteri superiori a quelli del Presidente degli Stati Uniti o del Congresso, ha il potere di sospendere l’efficacia delle leggi, di trasferire intere popolazioni, di arrestare e detenere cittadini senza un mandato e di trattenerli in assenza di processo, di confiscare proprietà, scorte di cibo, mezzi di trasporto e può persino sospendere la Costituzione.

Non solo si tratta dell’Ente più potente negli Stati Uniti, ma la sua creazione la si deve non ad una legge costituzionale dal Congresso ma ad un Ordine Esecutivo del Presidente. No, non si tratta dell’Esercito, nè dell’Agenzia Centrale Investigativa, soggetti che rispondono entrambi al Congresso. Questa organizzazione porta il nome di FEMA, acronimo per Federal Emergency Management Agency (Agenzia Federale per la Gestione dell’Emergenza). Concepita originariamente sotto l’amministrazione Nixon, perfezionata durante la presidenza Carter, ha ottenuto poteri enormi rispettivamente durante le amministrazioni Regan e G. Bush.

Il Direttore della FEMA Mike Brown

Usa. North Carolina. I campi di concentramento Fema per i senza fissa dimora

Fema
Dai campi Fema della North Carolina se ne esce soltanto se si accetta di farsi infilare un microchip sottocute.

Ai  detenuti nel campo  della  è stata posta la scelta se rimanere o se andarsene, ma solo a condizione che gli venga impiantato un chip. L’Rfid (Radio-frequency identification) servirebbe a monitorarli e a tenerli sotto controllo, in cambio di benefici di sopravvivenza, cibo, coperte, vestiario.
La notizia si è diffusa, per diverse ragioni: intanto il monitoraggio, e di fatto la limitazione delle libertà personali di uomini e donne che sono detenuti senza aver commesso reati, ma solo perché , senza fissa dimora, e senza occupazione. Ma ha riportato alla ribalta di nuovo anche la gestione della disoccupazione negli . Campi Fema. A chi ricorda il romanzo di John Steibeck Furore e il film che ne venne tratto non sarà difficile farsene un’idea.  
FemaChe cos’è Fema?
Fema è un’agenzia governativa (Federal Emergency Management Agency) nata per la gestione di emergenze umanitarie nel 1978, sotto la presidenza Carter (Wikipedia). Una sorta di Protezione civile sotto la supervisione del Dipartimento per la sicurezza nazionale.
Dopo le Twin Towers del 2001, e precisamente l’anno successivo, il procuratore generale John Ashcroft “annunciò il desiderio di avere dei campi per i cittadini statunitensi che egli reputava essere ‘nemici combattenti’,” e che il suo piano “gli permetterebbe di ordinare la detenzione a tempo

DOS TÉCNICAS DE MANIPULACIÓN DE MASAS QUE NO DEBES OLVIDAR





Dos técnicas de manipulación de masas que no debes olvidar


Todos somos conscientes de ello: la población está siendo manipulada.


Vivimos inmersos en una constante guerra psicológica a gran escala, en la que la mayoría de la población es conducida como un rebaño camino del matadero, bajo la susurrante e hipnótica cantarela de los medios de comunicación y las paternales proclamas y los lemas anestesiantes de la clase política dirigente.

Uno de los primeros pasos que debemos dar para liberarnos de este yugo es tomar plena conciencia de cuáles son las técnicas de manipulación empleadas sobre nosotros y una vez las conozcamos, observar los hechos bajo la nueva lente que nos ofrezca ese conocimiento, con el fin de detectar las futuras maniobras de aquellos que nos consideran una masa informe y descerebrada.

Hay muchas técnicas de manipulación, pero en este artículo nos centraremos en dos que están basadas en la gestión de la amenaza.

Las podríamos llamar:

La Ley de la Amenaza Incumplida
y
La Ley de la Amenaza Exagerada
.
poblacion



LA LEY DE LA AMENAZA INCUMPLIDA

Últimamente nos hemos visto azotados por las terribles escenas de decapitaciones de los rehenes del Estado Islámico.

Invariablemente, una y otra vez, se repite la misma escena: los rehenes hablan a cámara con toda tranquilidad y permiten, sumisamente, que su captor les ponga el cuchillo en el cuello, sin oponer resistencia ni mostrar el más mínimo atisbo de terror ante lo que les está a punto de suceder.

manipulacion



Duele decirlo de forma tan cruda, pero todos se han comportado hasta el momento como corderos a punto de ser degollados.

Y eso ha llevado a que mucha gente se pregunte: ¿por qué estas personas se muestran tan tranquilas si están a punto de ser decapitadas?

La posible respuesta parecen tenerla personas como el periodista francés Didier Francois, que permaneció capturado durante 10 meses por el Ejército Islámico, antes de ser liberado.(link)

Según Francois, los captores someten a los rehenes a numerosas ejecuciones simuladas.

Es decir, cada rehén, agotado, aislado, maltratado y humillado por sus captores, es regularmente arrancado de su celda y se ve sometido al mismo ritual de la decapitación, una y otra vez, hasta que se acostumbra a ello como si se trate de una rutina.

Podemos imaginar que las primeras veces los rehenes deben chillar de terror y deben tratar de luchar y liberarse ante el destino inminente que creen que les espera. Pero cada vez que se ven sometidos a esta escena, la ejecución que tanto temen se limita a una simple escenificación teatral, tras la cual son devueltos a sus celdas, sanos y salvos.

De esta manera, los rehenes se acostumbran a vivir la misma situación, una y otra vez, y dados los precedentes y la repetición de la liturgia que experimentan rutinariamente, llega un momento en que al ser sacados de sus celdas ya no muestran miedo ni oposición, pues acaban creyendo que todo terminará como las veces anteriores.

Una vez conseguida esta actitud sumisa en los prisioneros y una vez se muestran dóciles y agotados, llega el momento en el que los captores, ahora sí, pueden decapitarlos ante las cámaras con toda tranquilidad y sin ningún tipo de oposición.

Es, sin lugar a dudas, una técnica de manipulación psicológica espantosa y retorcida.

masas


Ahora bien: ¿puede aplicársele una técnica similar a toda una población?

Gli Usa respingono centinaia di snack provenienti dall’India per eccesso di pesticidi, muffe e Salmonella



Mentre l’India ha disposto il ritiro dal mercato degli spaghettini istantantanei Maggi di Nestlé, perché contenenti livelli di piombo oltre il limite massimo ammesso, da mesi le autorità statunitensi stanno bloccando centinaia di snack provenienti dall’India, di cui la maggior parte prodotti dalla compagnia Haldiram’s, perché contenenti residui eccessivi di pesticidi, muffe e il batterio della Salmonella.
Come riferisce il Wall Street Journal, più della metà dei 217 snack bloccati dalla Food and Drug Administration Usa (FDA) nei primi cinque mesi di quest’anno proveniva dall’India, seguita dal Messico e dalla Corea del Sud, mentre la Cina, le cui esportazioni hanno un valore dieci volte maggiore di quelle dell’India, è solo ottava.

snack
La stragrande maggioranza dei prodotti importati non viene controllata, come rivela Food Sentry

I dati sulle importazioni alimentari bloccatesono solo la punta dell’iceberg. Infatti, come ha rilevato una ricerca pubblicata lo scorso anno dalla compagnia Food Sentry, nessun paese controlla più del 50% del cibo importato e la maggior parte ne ispeziona decisamente meno. La stragrande maggioranza dei prodotti importati non viene controllata. Gli Stati Uniti, ad esempio, effettuano verifiche su meno del due per cento degli alimenti.

Il gusto amaro della produzione intensiva di mele


Un’analisi dei pesticidi nei meleti europei 
e di come soluzioni ecologiche possono fare la differenza
Il rapporto presenta i risultati delle analisi di 85 campioni di acqua e suolo prelevati in dodici Paesi europei, tra cui l’Italia, ed esempi di pratiche agricole ecologiche per effettuare una produzione sostenibile senza contaminare il suolo e l'acqua. 
Nel rapporto vengono presentati 36 campioni di acqua e 49 di suolo, raccolti durante i mesi di marzo e aprile 2015 in meleti a gestione convenzionale e analizzati per verificare la presenza di residui di pesticidi. I campioni rappresentano una “fotografia” della situazione all’inizio del periodo della fioritura. Su 85 campioni, sono stati rilevati 53 pesticidi differenti. Il 78 per cento dei campioni di suolo e il 72 per cento dei campioni di acqua contenevano residui di almeno un pesticida. 
Il pesticida riscontrato con maggior frequenza nel suolo e nelle acque è il fungicida boscalid (presente nel 38 per cento dei campioni di suolo e nel 40 per cento dei campioni di acqua). Sette dei pesticidi trovati non sono attualmente approvati nell’Ue, ma possono essere utilizzati solo via eccezionali deroghe temporanee. La presenza di questi residui potrebbe essere il risultato di applicazioni pregresse, mentre in un caso potrebbe trattarsi di un fenomeno di degradazione.
Due terzi dei campioni di suolo e acqua prelevati nei meleti europeicontengono residui di pesticidi e il settanta per cento dei pesticidi identificati hanno livelli di tossicità molto elevati per gli esseri umani e per l’ambiente. In un singolo campione di suolo raccolto in Italia sono state rilevate fino a tredici sostanze chimiche diverse, e dieci in un campione di acqua, un vero e proprio cocktail di pesticidi.
È ora di voltare pagina, come illustrato nella seconda parte del rapporto. Una produzione di mele fatta con pratiche sostenibili, senza contaminare il suolo e le acque, è possibile. Metodi che aumentano la resilienza delle piante ai parassiti e alle malattie e favoriscono i nemici naturali dei parassiti. Non solo: esistono già soluzioni ecologiche adottate da migliaia di agricoltori in tutta Europa. 
Fonte: Greenpeace

La verità sulle MELE della Val di Non e i pesticidi nelle urine





Il Trentino è una delle zone d’Italia dove i pesticidi vengono maggiormente impiegati in agricoltura, per via della presenza preponderante di colture intensive, con particolare riferimento ai meleti non gestiti secondo i principi dettati dall’agricoltura biologica. Hanno suscitato scalpore e preoccupazione i risultati delle analisi sulla presenza di pesticidi nelle urine degli abitanti della Val di Non. La promozione di un’indagine per chiarire la situazione era avvenuta da parte del Comitato NON-Pesticidi, grazie a cui era stata individuata la presenza di pesticidi e dei loro metaboliti nei fluidi biologici degli abitanti.
Inoltre come vengono conservate le mele raccolte? Esse non vengono messe direttamente sul mercato, ma data la sovrapproduzione sono messe in celle frigorifere mantenute con un gas tossico e così quelle che vediamo sul bancone provengono dalle celle in un ciclo per cui non si ha mai la mela fresca.
Su Repubblica nel 2006 è stato pubblicato questo articolo “Bolzano, morti intossicati nella cella frigo
uccisi dal gas per conservare le mele” che riporto di seguito:

Del caso non aveva mancato di interessarsi
 Legambiente,  che già in precedenza, tramite il rapporto “Pesticidi nel piatto”, aveva evidenziato come in Tentino producessero le mele più contaminate. Dai campioni analizzati era emerso come 9 di essi su 22 fossero fuorilegge, a causa di livelli di residui di pesticidi troppo elevati, con particolare riferimento al fungicida denominato Boscalid. La contaminazione delle mele aveva destato un’ancora maggiore preoccupazione nei confronti dell’ambiente circostante le zone della loro produzione, dato l’evidente e sovrabbondante impiego di sostanze chimiche da parte dei produttori di mele su scala industriale. Il Comitato per il Diritto alla Salute aveva inoltre riscontrato la presenza di residui di pesticidi in giardini privati e abitazioni.BOLZANO
 – Volevano mangiare una mela ma nella cella frigo era stato liberato un gas tossico che serve per conservare più a lungo la frutta. Sono morti così due operai romeni in un grande magazzino di Plaus, in provincia di Bolzano. I due operai, insieme ad un terzo compagno pure romeno, erano incaricati da una ditta di risistemare la pavimentazione di uno dei magazzini dell’azienda frutticola. Il lavoro era stato programmato di notte per consentire durante il giorno le normali attività.
Intorno alle ventidue gli operai si erano fermati un momento per fare uno spuntino. Due di loro sono entrati nella cella frigorifera per prendersi un paio di mele, ma i gas liberati nella cella per conservare la frutta hanno stordito i romeni anche se la porta è rimasta aperta. Crollati a terra, il loro compagno ha tentato di soccorrerli correndo a cercare aiuto: nel frattempo però, gli operai sono morti asfissiati.
Secondo i vigili del fuoco, subito intervenuti, se l’operaio avesse subito trascinato all’esterno i due compagni ci sarebbe stata per loro una possibilità di salvezza. Le due vittime avevano un’età tra i 30 e i 35 anni. La loro identità non è stata ancora resa nota. Sulla vicenda sarà aperta probabilmente un’inchiesta.
Rispetto a tutte le indagini e le analisi fatte fino ad ora, quelle commissionate dal «Comitato per il diritto alla salute» della Valle di Non ad un accreditato laboratorio nazionale impressionano perché, per la prima volta, i pesticidi sono stati ritrovati nelle urine. E con una percentuale sei volte maggiore di quella consentita.
La preoccupazione da parte dei cittadini interessati è rimasta costante negli anni ed ha spinto molti ad aderire al Comitato per il Diritto alla Salute in Val di Non, recentemente accusato della diffusione di falsi allarmismi relativamente ai trattamenti antiparassitari destinati alle più note varietà di mele prodotte nella zona, i cui residui, infiltrandosi nel terreno e rimanendo presenti nell’aria, potrebbero rivelarsi nocivi per la salute. La situazione è stata in seguito monitorata dalla Asl competente, che ha evidenziato come l’impiego di fitofarmaci all’interno delle zone incriminate avvenisse senza alcuna violazione delle norme vigenti.
La questione sembrava dunque risolta, ma uno dei Comuni più colpiti dal fenomeno, ilComune di Malosco, ha deciso di intervenire nei confronti dei melicoltori nonesi stabilendo nel proprio regolamento locale dei nuovi limiti di distanza dalle abitazioni per lanebulizzazione dei pesticidi, oltre al divieto di impiego di alcune sostanze considerate particolarmente tossiche. Lo scorso gennaio, siamo quindi nel 2012, il TAR di Trento ha preso la decisione di respingere il ricorso intrapreso da parte dei melicoltori nei confronti del Comune di Malosco, riguardo allo sgradito regolamento. Esso non riguarda unicamente il divieto di impiego di alcuni fitofarmaci, ma anche l’utilizzo di pali metallici e di reti antigrandine di plastica, la cui presenza non gioverebbe di certo al turismo ed all’unicità della bellezza dei paesaggi delle valli.
Che una simile risoluzione da parte del Tar rappresenti dunque la riprova che le preoccupazioni dei nonesi non fossero così infondate come la stessa Coldiretti aveva sostenuto? Ciò che è certo è che i cittadini più sensibili non si fermeranno di fronte all’avanzamento di quella che viene ormai denominata “monomelindacoltura”, i cui prodotti potrebbero non rappresentare quegli elevati esempi di inattaccabile qualità che le ben note campagne pubblicitarie presentano ai consumatori – ignari, soprattutto se lontani dalle zone di coltivazione in questione – anno dopo anno.
La monocoltura delle mele in Trentino ha portato alla scomparsa progressiva nel corso dei decenni di decine di varietà locali, rappresentative della biodiversità della produzione delle valli alpine e scomparse in nome della standardizzazione delle colture. Fortunatamente, la produzione delle mele della Val di Non, dietro il lato oscuro della medaglia a cui qui viene data luce, nasconde l’impegno di quei coltivatori che da anni si sono attivati per la produzione di mele biologiche e per la salvaguardia di varietà di pomi antichi. Per poter gustare mele del Trentino prive di fitofarmaci e fertilizzanti di sintesi, è possibile fare riferimento ad aziende biologiche come Biomela o Azienda Petri, per citare solo due esempi di impegno più che decennale in una attività di produzione salutare, sostenibile e pulita.