La Rivoluzione Islandese



Questo articolo che vado a riportare, è dedicato al popolo Greco, a cui va tutta la nostra solidarietà.
Un popolo che tutt'ora paga la colpa di mafiosi che giocano sulla pelle dei cittadini per ricavare ulteriori guadagni.
I Greci, un tempo leader incontrastati della storia, oggi si ritrovano ad essere picchiati dalle loro stesse guardie.
La crisi greca è un'altra di quelle cose che guardiamo dalla finestra, un pò inebetiti chiedendoci se anche noi presto saremo in piazza a lottare per il pane.
Riporto questo articolo tratto da gqitalia, nel quale si racconta una delle più importanti rivoluzioni pacifiche viste in Europa.
Racconta di come in breve tempo gli Islandesi si siano tolti dal Fondo Monetario Europeo ed abbiano incriminato i Veri fautori della loro Crisi Nazionale.
Ripensandoci bene, ad oggi gli Stati che patiscono meno la crisi in Europa, sono proprio quelli che non hanno venduto la loro moneta per l'Euro, alludo a Gran Bretagna e Svizzera naturalmente.
Ai tempi della vecchia Lira in effetti pagavamo le tasse solamente ad una Nazione, oggi quanto ci costa mantenere due Parlamenti con i rispettivi parlamentari?
Forse in tempi di grandi manovre un bel pensierino potremmo farlo anche noi...
Lascio a Voi le vostre valutazioni.



"Una rivolta è in fondo il linguaggio di chi non viene ascoltato". (Martin Luther King )


Questa è la storia di una rivoluzione. Sta accadendo ora, in Europa: anche se ad accorgersene sono pochissimi. Forse perché a farle da sfondo è l'Islanda: 103 mila chilometri quadrati, 320mila abitanti, una capitale grande come Reggio Emilia, cognomi impossibili. Eppure di rivoluzione si tratta: governo costretto alle dimissioni, banche nazionalizzate, banchieri arrestati, democrazia popolare. Roba pericolosa, penserà qualcuno. Forse, ma bisognerebbe capire per chi: non per gli islandesi, che così hanno salvato il loro Paese dalla crisi economica (nella quale l'Italia, ad esempio, resta impantanata), e lo stanno trasformando in un esperimento senza precedenti. Vale la pena dare un'occhiata, a una rivoluzione così. Ecco la sua storia.
Tutto inizia nel 2001. È allora che il governo islandese inizia a privatizzare il settore bancario. La mossa avrà la sua conclusione due anni dopo, nel 2003. Le tre banche principali - Landbanki, Kapthing e Glitnir - offrono alti interessi attraverso un programma chiamato IceSave. I soldi iniziano ad arrivare, specie da Inghilterra e Olanda. Tra il 2002 e il 2008 la Borsa islandese sale del 900 per cento, il prodotto interno lordo cresce del 5.5 per cento l'anno. Ritmi impossibili per qualunque altro Paese occidentale. Ma crescono anche i debiti delle banche: nel 2007 arrivano al 900% del PIL islandese. Ed è a quel punto, nel 2008, che il geyser della crisi economica esplode.
Gli investitori stranieri chiedono alle banche di rendere loro il denaro. Il governo non ha le risorse per salvarle, e così finiscono in bancarotta. Per gli islandesi si tratta di un danno enorme: il governo è costretto a nazionalizzare gli istituti bancari e a promettere che i cittadini non perderanno gli investimenti in denaro, ma il valore di molti altri investimenti crolla in modo verticale. La Corona perde l'85% del suo valore di cambio sull'euro. Alla fine del 2008 il governo islandese si dichiara insolvente: è la bancarotta.
Il governo fa quello che tutti i governi fanno, in casi simili: bussa alle porte del fondo Monetario Internazionale e dell'Unione Europea. Sembra l'unico modo per ripagare i debiti nei confronti degli investitori inglesi e olandesi, che ammontano a 3,5 miliardi di euro. È il gennaio 2009. Per trovare i soldi necessari, il governo studia un prelievo straordinario: ogni cittadino islandese avrebbe dovuto pagare 100 euro al mese per 15 anni, a un tasso di interesse del 5,5% annuo. Il tutto per pagare danni creati da altri: un debito contratto da banche private nei confronti di altri soggetti privati. È a quel punto che la rabbia popolare esplode. A guidarla, in qualche modo, ci sono un cantante e una donna, lesbica. E' l'alba della rivoluzione islandese.
Di fronte alla situazione economica del Paese, i cittadini islandesi scendono in piazza. Non per un giorno solo: per 14 settimane. Cingono d'assedio il Parlamento, chiedendo una sola cosa: le dimissioni di un governo, quello conservatore di Geir Haarde, dimostratosi incapace di gestire la crisi e di sbattere la porta in faccia agli organismi internazionali che chiedevano a tutti i cittadini di pagare le colpe di altri.
Il culmine della protesta si raggiunge il 20 gennaio 2009. Mentre a Washington l'America saluta l'entrata in carica del suo primo presidente di colore, a Reykjavik la popolazione segue le parole di un altro uomo dal carisma innegabile. Si chiama Hordur Torfason, di mestiere fa il cantautore. È gay, è stato il fondatore del primo movimento per i diritti degli omosessuali in Islanda. Era il '78, e le sue canzoni non erano viste con favore. Troppo estreme. D'altronde Torfason sostiene che "il compito di un artista è criticare l'autorità". Torfason mette in scena una protesta solitaria nell'ottobre 2008, all'esplodere della crisi. Nel corso delle settimane diventa un punto di riferimento. Il 20 gennaio è in piazza mentre la popolazione si scontra con la polizia, ed è ancora lì anche il 21, e il 22. Il 23 gennaio il premier annuncia le dimissioni. La gente non se ne va: non ancora. Chiede elezioni immediate e una scena politica nuova. Il 26 gennaio Haarde se ne va. Il 1 febbraio l'Islanda ha una nuova premier. E anche questa è una rivoluzione.
Il nuovo primo ministro si chiama Johanna Sigurdadottir, ha 58 anni. È la prima donna premier dell'Islanda, e la prima omosessuale al mondo a diventare primo ministro. A metà degli ani '90, quando non venne eletta alla guida del suo partito, urlò: "Minn timi mun koma!", "Verrà il mio momento". Quelle parole sono entrate nell'uso comune, in Islanda. E Johanna ha visto realizzarsi la sua profezia.
Il suo primo passo è di indire le elezioni: le vince. Il secondo è di confermare la volontà dell'Islanda di pagare i debiti a Olanda e Inghilterra. Il parlamento dà vita a una norma che contiene una supertassa. È il febbraio 2010 quando il presidente Grimsson si rifiuta di ratificarla, ascolta la voce della piazza e indice un referendum sulla tassa. La pressione sull'Islanda è alle stelle. Olanda e Inghilterra minacciano di isolare l'Islanda, se sceglierà di non ripagare i debiti. Il fondo Monetario lega alla decisione il versamento degli aiuti. "Ci dissero che se non avessimo accettato le condizioni della comunità internazionale saremmo diventati la Cuba del Nord", ricorda Grimsson. "Ma se le avessimo accettate saremmo diventati la Haiti del Nord".
Il referendum si tiene a marzo 2010: il 93% dei votanti decide di rischiare di diventare la Cuba del Nord. Il Fondo Monetario congela immediatamente gli aiuti. Il governo risponde mettendo sotto inchiesta i banchieri e i top manager responsabili della crisi finanziaria. L'Interpol emette un mandato di arresto internazionale per l'ex presidente della banca Kaupthing, Einarsson, mentre altri banchieri implicati nel crac fuggono dal Paese. Può essere l'inizio della fine dell'Islanda, vista come un paria a livello internazionale e alle prese con una rivolta continua. È l'inizio della rinascita.
L'Islanda aveva deciso di imboccare una strada strettissima: non ripagare i debiti delle banche (private) nei confronti di investitori stranieri; rinunciare agli aiuti del Fondo Monetario Internazionale, vincolati a politiche economiche liberistedare la caccia ai banchieri responsabili della crisi, per cercare di avere giustizia. Ma il colpo d'ali arriva con due altre decisioni: quella di fidarsi più dei semplici cittadini che dei politici di professione, e quella di aumentare le libertà, quando il timore avrebbe potuto spingere in direzione ostinata e contraria.
A novembre 2010 il governo decide di modificare la Costituzione: la ricostruzione deve partire dalle fondamenta. Quella in vigore era una carta copiata letteralmente da quella danese (unica differenza: nella Costituzione danese si parla di "re", in quella islandese di "presidente"). Per riscriverla il popolo sceglie, con delle elezioni, 25 cittadini, dotati di tre requisiti fondamentali: essere maggiorenni, avere raccolto le firme di 30 cittadini a supporto della loro candidatura, non avere tessere di partito. Niente politici, si riparte dai semplici cittadini.
I lavori di questa assemblea costituente partono nel febbraio 2011. Sono trasmessi in streaming su internet: e i 25 raccolgono i suggerimenti e le richieste che arrivano attraverso il web da ogni parte del Paese, specie dalle diverse assemblee popolari che hanno luogo in tutta l'Islanda.  Una volta terminata, la Magna Charta dovrà essere approvata dall'attuale Parlamento e da quello che uscirà dalle prossime elezioni legislative.
L'altro colpo d'ala è quello di creare l'Icelandic Modern Media Initiative. È un progetto semplice: la trasformazione dell'Islanda nel paradiso della libera informazione. L'isola si dota di una cornice legale che protegge il giornalismo investigativo, l'identità delle fonti, gli internet provider che divulgano news. La speranza, la convinzione, è che solo un'informazione completamente libera, e il più possibile diffusa, possa fare da anticorpo contro l'ingiustizia. E aiutare, se non a fermare le crisi economiche, a vederle arrivare, ad attribuire responsabilità, a cercare giustizia.
Oggi l'Islanda ha una disoccupazione al 9%. Altissima per gli standard dell'isola, che prima della crisi erano dell'1%. Ma i segni della rinascita sono ovunque. Gli islandesi hanno sfidato i giganti della finanza, il proprio governo, gli organismi internazionali, i ricatti di altri Paesi. Hanno affidato le loro sorti a 25 cittadini comuni, a una costituzione scritta su internet, a un'informazione senza vincoli. Stanno rinascendo. Provate a non chiamarla rivoluzione.
Davide Casati