Novità Editoriali: Il Lato Oscuro della Moda

Riporto e Consiglio a tutti i lettori di Presa Coscienza: IL LATO OSCURO DELLA MODA.
Una novità libraria veramente interessante oltreché commerciale.
L’autore opera da sempre nella industria della moda, in specie nel campo commerciale, è un manager molto conosciuto: la Suatestimonianza è veramente autorevole proprio perché è una rotella del sistema…non a caso l’autore si cela dietro l’anonimato…ha ovviamente il dovere e il diritto di proteggersi dal momento che è un ambiente anche spietato…dove si muore anche…



Se stai per comprare un capo Made in Italy, pensa
Pensa a come è stato fatto, da chi, dove, in quali condizioni e perché
Pensa a quanto lo stai pagando e a quanto è costato a chi lo ha prodotto
Pensa a chi lo ha fatto per te e cosa ci ha guadagnato
Pensa a cosa è, davvero, il Made in Italy



MADE IN ITALY
Il lato oscuro della moda
Ecco cosa si nasconde dietro questo business miliardario




Giò Rosi



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Anteprima Edizioni | pp. 128 | euro 12,00 | ISBN 978-88-88857-54-1
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IN LIBRERIA DAL 29 MARZO
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Non saprai il vero nome dell'Autore di questa inchiesta; ma saprai che quello che racconta è tutto vero, perché lo ha visto, lo ha vissuto, ha collaborato, ha incontrato, ha parlato con le persone che realizzano e rappresentano il Made in Italy



La schiavitù esiste ancora, nelle fabbriche cinesi ma anche nel cuore della vecchia Europa. Gli schiavi del terzo millennio non sono servi della gleba, né prigionieri dei gulag staliniani: sono lavoratori della moda, di un’industria che confeziona lussuosi capi di abbigliamento per le vetrine delle nostre eleganti boutique. Sono esseri umani immolati sull’altare del capitalismo globalizzato, costretti dalla miseria a lavorare senza diritti, senza tutele, senza le minime libertà. Solo perché la loro forza lavoro costa meno di quella italiana, perché hanno avuto la sfortuna di nascere in nazioni ancora lontane dal potersi definire democratiche, e perché qualcun altro possa arricchirsi velocemente. Ma la responsabilità di questo sistema non è solo dei loro compatrioti aguzzini, bensì di molti stilisti e manager della moda italiana.
«Made in Italy» racconta un mondo di intollerabile miseria e sopraffazione, e lo fa con completa cognizione di causa, poiché l’autore (che scrive, come è ovvio, sotto pseudonimo) lavora da anni in questo settore, ha conosciuto carnefici e vittime, ha visto con i propri occhi gli squallidi luoghi in cui si produce gran parte del nostro lusso. Con l’indignazione di un pamphlettista, il talento di un inviato, il gusto del racconto di un romanziere, Giò Rosi ci accompagna nelle fabbriche di uno Stato fantasma fondato sull’illegalità chiamato Transnistria, poi in Romania (dove, se i cittadini rumeni pretendono troppo, si possono sempre importare operai dalle zone più povere dell’Asia), poi ancora in una prigione bulgara convertita in fabbrica senza che si noti troppo la differenza, e in molti altri luoghi ancora.
Dopo aver letto questo libro, sarà più difficile comprare certi costosi capi «firmati» facendo finta di niente. Alla ribellione morale si aggiungerà l’amara consapevolezza che questo vergognoso mercato di esseri umani non solo favorisce i calcoli di imprenditori senza scrupoli, ma danneggia l’intera industria italiana e il consumatore, convinto di pagare artigianato di valore mentre compra merce scadente. Sotto la griffe si nasconde l’antica realtà dell’avidità umana.


Questo è un libro "difficile" perché mette sotto accusa il mondo della moda italiana, il nostro Made in Italy. L'autore lavora da moltissimo tempo nel campo dell'alta moda, e ai più alti livelli, e dopo anni in cui ha visto di tutto ha deciso di "vuotare il sacco". Quello che racconta è impressionante non solo per la portata, la dimensione, la ramificazione, ma soprattutto per il fatto che si tratta di un fenomeno del tutto ignoto e ignorato, di un mondo sconosciuto, che sembra irreale. È un atto d'accusa, un pugno nello stomaco. Un reportage scritto con un linguaggio schietto, accorato, aperto, con una passione che mostra l'urgenza sentita nel dover raccontare. Raccontare una sequela di episodi raccapriccianti per la loro brutalità semplice, ordinaria, disumana... 



DAL LIBRO
Ho avuto modo di vedere questa situazione sul nascere, ero sul posto quando si costruivano le strutture per allocarvi le linee di produzione, con i macchinari sistemati dentro gli alloggi. Dopo un primo incontro che ebbi con il titolare, durante il quale mi portò a vedere l’inizio dei lavori, passarono pochi mesi e quando mi ritrovai laggiù, lo spettacolo che si presentava ai miei occhi era davvero stupefacente. Linee di produzione perfettamente efficienti. Catene e catene di macchine per cucire di diverso modello a seconda della fase e dell’operazione da effettuare e su ognuna di queste uno schiavo, maschio o femmina. Per lo più donne cinesi e uomini cingalesi, bengalesi o indiani.
Fra queste catene di produzione si muoveva instancabile una direttrice di reparto, credo fosse di Bergamo. Passi rapidi e dito sempre puntato a riprendere, a correggere, a spronare. Una furia.
Scopro che su questa gente viene effettuata anche una specie di «selezione genetica»: i ruoli vengono addirittura assegnati a seconda delle caratteristiche morfologiche degli individui che devono realizzare le molteplici operazioni industriali.
Per esempio, una persona longilinea è selezionata prevalentemente per la macchina da cucire, in quanto, mi spiegano, ha movimenti più agili e impara prima questo genere di operazioni. Altri operai, quelli che presentano una conformazione delle mani piuttosto affusolata sono consegnati a lavori da effettuare su macchine per così dire speciali. Si chiamano «unità automatiche per il confezionamento delle tasche». Gli uomini più tozzi vengono adibiti a funzioni di taglio. Questa fase di lavorazione è composta da tutte quelle manualità che consentono la realizzazione della forma dei pezzi di tessuto per poter confezionare le migliaia e migliaia di capi. Non occorrono dita affusolate né abilità particolari, ma forza e resistenza perché bisogna stare molto in piedi. Dieci ore al giorno a tagliare con degli arnesi che si chiamano taglierine elettriche.
Esistono ormai macchinari moderni di taglio, perfettamente automatizzati, ma costano intorno ai 300.000 euro… ecco il motivo del «taglio a mano».
Altre macchine particolari sono le «occhiellatrici», che realizzano gli occhielli, e le «travettatrici» che cuciono velocemente i passanti. A queste macchine che realizzano i tipi di cuciture più particolari vengono impiegate solo le donne agili nel movimento delle dita.
Per garantire la sicurezza del lavoratore, le operazioni dovrebbero essere eseguite non troppo velocemente. Invece qui si fa tutto il più veloce possibile. 
Io ne capisco di queste cose e su queste macchine ci ho lavorato. Vi assicuro che bisogna andarci cauti. Basta un movimento non sincronizzato, una minima distrazione e in una frazione di secondo vi conficcate l’ago in un dito.
Ma se la fabbrica è stracarica di lavoro pretende e ottiene dai suoi schiavi la velocità. Non sentirete mai il titolare rispondervi: questa produzione non la posso accettare, sono troppo pieno di commesse. Anche in tempi strettissimi di consegna lo sentirete sempre dire che sì, si può fare. 
Gli operai rumeni oltre a pretendere lo stipendio aumentato di quei trenta o quaranta euro e un lavoro regolare da otto ore al giorno, sono pure lenti. Gli indocinesi sono velocissimi. E se qualcuno si perfora una mano alle cucitrici viene escluso e subito sostituito senza un soldo di spesa in assistenza sanitaria.
Il cinquantenne proprietario della fabbrica ha dichiarato nell’intervista rilasciata al noto settimanale di essere stato, in passato, in grosse difficoltà perché ormai in Romania non riusciva più a trovare personale. Certo, alle sue condizioni! Metteva annunci sui giornali e non si presentava nessuno. Aveva perso in cinque anni 3600 dipendenti.
«Ma io non ho voluto trasferirmi in Cina come fanno in molti» dichiara. E fa passare questa affermazione come una sua strenua e nobile difesa del prodotto italiano.
Ci sarebbe da ridere se la cosa non fosse tragica.
(...)
Una ragazza rumena che sta alla macchina da cucire guadagna circa 3000 euro l’anno, una bulgara ne prende 1700, una della Transnistria ne porta a casa 1300, forse 1500 compresa la tredicesima, se la prendono. Considerando questi tre paesi la media è di 2000 euro l’anno.
Duemila euro sono l’equivalente di tre giacche oppure un paio di vestitini o un completo da uomo delle «grandi firme».
(...)
Irina imbottisce giacche a mano per il più importante e prestigioso marchio specializzato in questo genere di produzione, da quindici anni, dieci ore al giorno.
(...)
Macché. Conviene rischiare! In fondo si risparmia.
Il massimo risparmio che si può ottenere oggi è sul costo della manodopera. La persona che lavora deve essere tenuta a un salario il più basso possibile.
Viene calcolato il costo/minuto. La spesa da sostenere per la manodopera è valutata in una cifra espressa in centesimi di minuti: in Italia è di quaranta centesimi per minuto lavorativo (tanto costa un operaio che lavora a macchina), in Romania dovrebbe essere di quindici o addirittura tredici, in Bulgaria undici, in Moldavia e Serbia dieci o anche meno, in Armenia di zero virgola otto…
(...)
Tutto il mondo fashion e glamour della moda italiana sta in piedi grazie ai moderni schiavi piegati sulle macchine da cucire. L’enorme quantità di denaro che finisce nelle tasche degli stilisti ha alla base il comportamento tipico delle cavallette: sfruttamento indiscriminato di risorse e territori.
(...)
Continuano a ripeterci che la «macchina del sistema moda Italia» rappresenta una ricchezza perché fa fatturato, crea indotto, è linfa vitale per le migliaia di aziende medio-piccole che di questo vivono.
Non è vero!
Crea indotto per chi?
Per chi e per che cosa è linfa vitale?
L’indotto non lo crea, anzi lo distrugge e per la precisione lo sta distruggendo da vent’anni a questa parte, con un sensibile inasprimento negli ultimi cinque o sei anni.
Si investe nella «ricerca», vero, nella ricerca di posti sempre più sperduti per produrre a basso costo.
(...)
E allora chiamiamolo con il suo vero nome questo «sistema» che tra uno stilista e l’altro se ne va in televisione a presentare collezioni, sfilate e iniziative di «beneficenza» e che contemporaneamente è disposto a sfruttare il lavoro nero e affama la povera gente. Definiamolo meglio, con un nome più appropriato…
Chiamiamolo «Sistema Mafia Italia». 
(...)
Perciò, quando passate davanti a una vetrina cercate di non restare incantati davanti a certi «capolavori». Sono solo luci e marketing, solo faretti e pubblicità.
Provate a immaginare queste giacche costose così cool in un altro contesto. Immaginatele ammassate in un deposito delle carceri di Topoz e poi su di una bancarella. Tanto per vedere che effetto vi fa.
(...)
Spero di aver dato un’idea a chi è arrivato fino in fondo a questo libro di come veramente stanno le cose nel «sistema moda Italia» e di quanta miseria tutto ciò stia producendo nei paesi in via di sviluppo e nella nostra bella Penisola.
Così, se vi trovate a fare una passeggiata tra le vetrine, potete vedere con occhi diversi quello che brilla sotto i faretti di luce alogena.
E se non avete soldi da buttare… buona passeggiata.



COSA SIGNIFICA L'ETICHETTA "MADE IN ITALY" (dal libro)
La norma, tra le altre cose, concede l’etichetta «Made in Italy» solo ai manufatti che hanno almeno due fasi di lavorazione su quattro di provenienza italiana.
Detta così sembra una cosa straordinaria no? Basta con i prodotti fatti interamente all’estero! Qui si parla di fasi di lavorazione fatte in Italia. Produciamo i capi a casa nostra!
Macché! È esattamente il contrario.
Prima di questa legge un’azienda che faceva fare i capi all’estero e metteva l’etichetta «Made in Italy» faceva una cosa illegale. Se il vestito era prodotto all’estero, era obbligatorio mettere l’etichetta di provenienza.
Oggi, grazie a questo bel provvedimento si rischia che le cose cambino, naturalmente in peggio.
La nuova legge dice: «Almeno due delle fasi di lavorazione di un capo dovranno essere obbligatoriamente italiane per avere l’etichetta "Made in Italy"».
Per «fasi di lavorazione» si intendono però anche il finissaggio, il packaging, la provenienza del tessuto, le rifiniture.
Finissaggio significa stirare o spazzolare il capo, packaging significa imballare o imbustare il capo, rifiniture significa, ad esempio, l’applicazione dei bottoni.
Allora, un capo fatto integralmente fuori basta farlo stirare e attaccarci i bottoni a Milano o metterci un tessuto di provenienza nostrana (sarà poi vero?) per fargli avere a tutti gli effetti l’etichetta «Made in Italy».
Stanno abilmente tentando di legalizzare ciò che era illegale fino a poco fa.
Non a caso poi, alcune delle rifiniture sono le operazioni più economiche in assoluto e rappresentano una parte modesta del costo totale di produzione di un capo.
La provenienza del tessuto elevata a «fase di lavorazione». Che capolavoro questa legge! Si compra la fodera in Italia, si spazzola in Italia e al massimo si attaccano i bottoni in Italia.
Questa legge viene presentata come un «passo avanti» per la protezione del nostro prodotto. Invece è un colossale imbroglio.
Non intacca la principale filosofia degli stilisti: faccio i capi dove pago una miseria e sfrutto la manodopera con la complicità dei regimi locali.
Non viene affatto risolto il problema della contraffazione sia perché non si ha nessuna intenzione di farlo sia perché chi produce o importa merce contraffatta se ne frega di queste misere contromisure.
I baroni della moda non sono i paladini del Made in Italy, ne sono gli affossatori.
Producendo all’estero, hanno danneggiato in modo ormai irreparabile la realtà italiana del settore. Ma di questo non si parla. Non si parla della profonda crisi del mercato dei confezionisti in Italia, dei posti di lavoro perduti, delle fabbriche e di tutti i laboratori di sartoria con manodopera specializzata, che stanno scomparendo grazie alla delocalizzazione.
Scompaiono, in silenzio. Attenzione, non si stanno trasformando in aziende specializzate come qualcuno vorrebbe farci credere. Muoiono e basta e non torneranno in vita, perché l’artigianalità e la manualità, una volta perse, non si recuperano più.



L'INDICE
7          1. Pridnestrovie
23        2. Un italiano in Romania
35        3. Pierino l’imprenditore
41        4. Le carceri di Topoz
53        5. Irina
57        6. Considerazioni
67        7. In «Prima linea»
71        8. Due simpatici vecchietti
79        9. Altre considerazioni
87        10. Marcella
93        11. Come fanno
99        12. Lecce
107      13. Sul bel Danubio blu
111      14. Ancora considerazioni
117      15. Piccola conclusione


Per contattare e intervistare l'Autore, per informazioni e copie saggio

Silvja Manzi, Francesca Ponzetto, Federica Sassi
Ufficio Stampa Edizioni Lindau | L'Età dell'Acquario | Anteprima 
Corso Re Umberto 37 – I-10128 Torino (TO)
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